Una vita, una storia

 

 

 

Erano le 18,30. La mia ora di libera uscita. Facevo di corsa tre rampe di scale
e suonavo un campanello.
--Sei tu, Aurora?--
--Sono io--
--Vieni, la mia mamma ti aspetta--
Attraversavo il corridoio, entravo nella camera da letto e gli occhi di questa mamma si riempivano di lacrime ogni volta che mi abbracciava.
--Ho pregato tanto per te, Aurora, per me sei una figlia--
--Grazie, Mariangela, anch'io ti voglio bene--
Le volevo bene veramente, specie se facevo confronto con la mia, che viveva con me, ma la mia vita giornaliera era un inferno e credo derivasse tutto dal fatto che lei teneva in cuore sempre e solo mio fratello.
Non immaginereste mai ciò che ho passato in quei cinque anni, dirò solo che alla fine del terzo, mi ammalai seriamente. Ma questa è un'altra storia.
Ora, torniamo "giù" dalla vecchietta.
Qualche tempo prima, Mariangela mi volle raccontare la storia della sua vita,
poi, volle conoscere anche la mia. Avevo già scritto la mia autobiografia, ed
ogni sera, o quando mi era permesso scendere, le leggevo alcuni capitoli.
Forse sarà stato per la storia della mia vita che si affezionò molto a me, o forse no. Non vi era confronto fra la mia vita e la sua, ed anche se per lei non fu
sempre una passeggiata fra petali di rose, sommato tutto, fra me e lei, non vi era neppure paragone.
Giudicate voi. Ora ve la racconterò.
Siamo verso la fine del 1800. In un paese del Piemonte, Galliate, vi era un castello dove avevano dimora i conti Caccia, Francesco e Victoria. Non erano molto ben visti per il loro carattere arrogante e colmo di superiorità. Negli anni,
divenne una famiglia numerosa, contavano sei figli: Aristide, Vittorino, Tancredi, Furio, Italo e Paride. All'infuori di Aristide e Tancredi, tutti gli altri presero il carattere dispotico dei genitori.
Aristide, il primogenito, studiava medicina e in seguito, nel tempo, aprì a Galliate una grande farmacia.  
Era un gran bel giovanotto e le ragazze del paese erano sempre ansiose di poterlo almeno vedere. Ma lui, carattere solitario, preferiva, nelle vacanze estive, visitare tutti i circondari con la sua carrozza.
E fu così che trovandosi ospite di un amico a Valduggia, come faceva ogni estate, un giorno decise di visitare un paesino il quale ne sentiva parlare sovente, un paesino molto caratteristico composto esclusivamente da contadini e fattori, tutti vicini fra loro, come a proteggersi in caso di bisogno.
Vi era poi una piccola chiesetta, ma ciò che spiccava maggiormente era la flessuosità di quelle colline e di quei monti che ti faceva pensare alle più belle cose che possa immaginare la fantasia, iniziando col meditare sui grandi misteri del nostro Dio. Questo paesino si chiamava Orsanvenzo di Valluggia
e, come ripeto, gli abitandi erano in gran parte contadini e i pochi fortunati erano fattori. Appunto in una fattoria, vi abitavano marito, moglie ed una figlia
di una bellezza indescrivibile. Poteva avere non più di sedici anni, i capelli, di un biondo rame, cadevano in una cascata di riccioli, occhi a mandorla color nocciola, vellutati, che ti facevano pensare subito ad un cerbiatto e per finire, un portamento elegante e aristocratico. Il suo nome era Mariangela e dall'alba al tramonto era in continuo movimento: al mattino portava al pascolo le sue mucche, fra le quali, ve ne era una, Celestina, che pareva capisse ciò che diceva la sua padroncina, standole vicino specie nei tratti più impervii, come
a proteggerla in caso di bisogno.
Poi, al pomeriggio, quando tornava a casa, raccoglieva i prodotti preparati dai genitori e di buona lena, prendendo scorciatoie, scendeva sino a Valduggia
per vendere formaggi ed altro.
Una mattina, di una splendida giornata di sole, Mariangela era pronta per andare al pascolo. Radunò le sue mucche, chiamò Celestina affinchè le camminasse accanto e si diresse verso il cancello della loro fattoria.
Si accinse ad attraversare la stradina quando improvvisamente successe il finimondo.
Le mucche parevano impazzite, correvano da un punto all'altro, Celestina stava accanto alla sua padroncina come volesse proteggerla, ma purtroppo non riuscì ad evitarle l'impatto di una mucca che correndo all'impazzata, prese Mariangela come bersaglio gettandola con forza a terra. Rimase priva di sensi.
Intanto i genitori, sentendo tutto quel trambusto, uscirono di casa e andarono verso la strada. Videro poco distante una carrozza ferma e immediatamente capirono quello che era successo: le mucche si spaventarono alla vista dei cavalli e così successe il resto.
La madre piangeva, inginocchiata accanto alla figlia, quando si vide vicino due stivali di pregiata fattura, alzò la testa e disse arrossendo:
--Lei, signor conte? Ma cos'è successo?--
--E' colpa mia, signora, sarei dovuto andare molto più adagio, ma non è stato così e...piuttosto, permetta che prenda la signorina e la porti in casa--
--Grazie, signor conte--
Aristide sollevò la fanciulla da terra e di lì a poco l'adagiò su un divano che vi era nell'entrata, poi, vedendo che ancora non aveva preso coscienza, mandò immediatamente il cocchiere a chiamare un medico, si avvicinò alla donna, le disse: --Non mi giudichi male, signora, vorrei offrirle un pò di denaro affinchè
la signorina abbia tutte le cure necessarie. Accetta?--
La madre lo guardò negli occhi, stava per rifiutare quando vide due lacrimoni scendere lentamente, allora capì ed accettò quel denaro.
Intanto arrivò il medico, visitò la fanciulla, constatò un trauma cranico di discreta entità, tranquillizzò i genitori ed il conte dicendo loro che le medicine, il riposo, il silenzio, l'avrebbero rimessa in piedi in pochi giorni.
A quel punto, il conte salutò promettendo che sarebbe passato l'indomani per vedere di persona come stava. Infatti, il giorno successivo, si presentava alla fattoria di buon mattino, non erano ancora suonate le otto.
Il suo viso era ansioso quando chiese se aveva ripreso conoscenza e si tranquillizzò sentendo che durante la notte chiamò la madre che era lì accanto per sapere cos'era successo. Poi, si addormentò tranquilla.
--Posso salire un momento?--
--Faccia pure, signor Conte, intanto preparo la colazione--
Aristide, bussò delicatamente alla porta della fanciulla ma non avendo risposta, varcò quella porta e si avvicinò al suo letto. Diede un'occhiata intorno e
constatò quanto era linda e leggiadra quella cameretta, e guardando Mariangela, pensò che non poteva essere altrimenti.
Guardandola, gli parve di avere una dolce visione. Non aveva mai visto cosa più bella e più pura, nel sonno sorrideva, il male era passato.
I suoi capelli sciolti, cadevano sul cuscino come una cascata d'oro e le lenzuola lasciavano scoperto il pellame candido del suo collo, delle braccia e l'inizio del suo giovane seno che pareva un cuore.
Il Conte perse la cognizione del tempo ammirando la fanciulla, sin quando la madre di Mariangela salì dicendo che la colazione era pronta.
Adesso la sveglierò, intanto ci aspetti in sala. Lui, uscì a malincuore da quella stanza, scese, si sedette al piccolo tavolo ed attese.
Dopo neppure dieci minuti, vide la ragazza scendere con la madre.
Dopo i soliti convenevoli, Aristide chiese a Mariangela come si sentiva, lei rispose che il male alla testa era passato e lo ringraziò per essere intervenuto.
I loro occhi si incontrarono e da lì scoppiò la scintilla.
Per la fanciulla era la prima volta che provava questo tipo di sentimento, sentì dentro di se divampare un fuoco, che fuoriuscendo, accese le sue guance.
--Mamma, devo portare le mucche al pascolo?--
--Ma guai al mondo--, risposero contemporaneamente la madre e il Conte.
--Ma io mi sento bene--
--Allora facciamo una cosa, rispose il Conte, visto che dice così, si vesta e scendiamo in paese, voglio che il medico la veda ancora--
--Quanto disturbo, signor Conte--
--Non si preoccupi signora, pensiamo che poteva andare anche peggio per
una mia sbadataggine, questo è il minimo che posso fare per voi--
Dopo poco, Mariangela scendeva le scale, era bellissima col suo vestito "da festa" e il suo incedere così...regale. Salutò la madre e si avviò col Conte
verso la carrozza, col cuore che batteva forte e pensando all'invidia che avrebbero provato le ragazze del paese. Dopo una ventina di minuti, arrivarono
a Valduggia, erano circa le nove e mezza e la piazza era gremita di gente:
quanti pettegolezzi quella mattina! Non sapevano più che pensare e rodevano di rabbia. Lo studio del dottore era poco distante, dietro un vicolo, il Conte prese Mariangela a braccetto e si avviò con lei. Giunti al portone, vi erano due piani da fare a piedi e Aristide chiese alla ragazza se si sentiva di salire. Lei annuì
col capo, non potendo parlare per l'emozione che sentiva dentro.
Non erano ancora al primo piano che la ragazza inciampò in un gradino, istintivamente cercò con le braccia un sostegno, ma il Conte era già lì, pronto a sostenerla. Aristide, non tolse le sue braccia e neppure lo fece lei, ritrovandosi
così di fronte, a pochissima distanza l'uno dall'altra, si avvicinarono ancora sino a sentire i loro cuori battere all'unisono. Poi, si guardarono intensamente pregustando ambedue quel bacio sino al sospiro, sapendo che sarebbe arrivato, ma prima vollero sentire il contatto dei loro visi accaldati e finalmente le loro labbra si unirono in un lungo bacio, quasi casto per lei, ardente per lui e pian piano fuoriuscì tutto il fuoco che era dentro di loro.
Si poteva affermare che il loro amore era della categoria "a prima vista"
Per il momento, non dissero nulla alle rispettive famiglie, pensarono solo di godersi quella bellissima estate tutti i giorni che mandava Dio.
Quando Mariangela arrivava sui monti con le sue mucche, in un piccolo pianoro, seduto sotto una meravigliosa quercia che contava 500 anni, vi trovava il Conte che puntualmente l'attendeva e trascorrevano gran parte della giornata
sentendosi in un mondo quasi irreale da quanto quell'amore "vero" scaturiva
dal più profondo dei loro cuori.
Mariangela, molto religiosa, non voleva ancora "concedersi" ad Aristide in maniera completa e poi non si sentiva pronta. Lui, rispettò le sue idee, tanto
più che soltanto la loro vicinanza bastava per portarli al settimo cielo e poi,
quelle mani, sempre strette l'una nell'altra, dava loro delle sensazioni speciali:
bastava una piccola pressione per donare loro tanta felicità.
Quella meravigliosa estate finì e l'ultimo giorno che si videro, piansero come due bambini. Il Conte le promise che appena si sarebbe laureato, quello era l'ultimo anno, l'avrebbe sposata.
--Alla prossima estate, quando saremo marito e moglie, staremo sempre insieme e finalmente, tu sarai mia per sempre.
Mariangela era fuori di se dalla gioia, perchè mai si sarebbe aspettata una proposta di matrimonio.
--E i tuoi? gli chiese, cosa diranno?--
--Credo che vedendomi felice, saranno contenti anche loro--
Quel tardo pomeriggio si salutarono con le lacrime agli occhi, ma con la promessa che quando si sarebbero rivisti, sarebbero stati per tutta la vita una cosa sola. Prima di tornare all'università, Aristide usava trascorrere una settimana con i genitori ed i fratelli, questa volta era impaziente, doveva portare loro questa notizia. Si sentiva a disagio dentro di lui, quindi optò di metterli al corrente tramite uno scritto, appena avrebbe ricevuto risposta, sarebbe partito immediatamente per il castello.
Una mattina, l'amico gli consegnò la lettera che tanto attendeva, e Aristide, nervosamente strappò la busta.
--Cattive notizie?-- chiese l'amico vedendolo impallidire
--Tieni, leggi--Si lasciò cadere su una poltrona e tutto il suo dolore sfociò in un gran pianto. Erano solo tre righe e riportavano testuali parole: " Ti proibiamo assolutamente di pensare a quella ragazza come tua moglie. Non fare sciocchezze, non pensi di essere stato abbindolato? Torna in te, o non sarai più nostro figlio a tutti gli effetti."
Povero Aristide, non si aspettava una risposta così cruda, quando si calmò un poco dietro le parole benevoli dell'amico, prese carta e penna e disse all'amico:
--Queste tre righe, rimarranno dentro di me per tutta la vita, come un marchio di fuoco, ma le tre parole che sciverò loro, saranno delle armi--
E così scrisse: Voglio! Posso! Comando!
L'indomani, salutò l'amico, lo ringraziò per la sua ospitalità, prese la carrozza e si diresse verso Galliate. Arrivò a pomeriggio inoltrato, gli stallieri gli vennero
incontro per sistemare carrozza e cavalli e intanto lo informarono che i suoi genitori lo attendevano nella saletta da fumo.
C'erano tutti, i genitori e i cinque fratelli, l'unico che gli andò incontro baciandolo, fu suo fratello Tancredi. Dopo essersi seduti, il padre prese la parola e quello che disse, per un gentiluomo quale avrebbe dovuto essere,
fu veramente sconcertante, vi era in mezzo anche un sottofondo di minaccia.
L'argomento era chiuso e nessuno ne parlò più.
Aristide divenne molto triste, in fondo era affezionato alla famiglia e voleva farne parte, ma una vocina interiore gli diceva che doveva fare una scelta.
Venne così l'ora di andar via, i genitori e i fratelli, lo salutarono con freddezza, Tancredi lo accompagnò sino al cancello dov'era la carrozza che l'avrebbe accompagnato alla stazione, lo abbracciò, lo baciò, gli chiese:
--Dimmi Aristide, com'è Mariangela?--
--Hai in mente un angelo sceso dai cieli? Ecco, è così--
--Allora, sposala, vedrai che col tempo, mamma e papà l'accetteranno--
--Grazie, Tancredi, se non ci fossi stato tu, con la tensione che si è creata,
sarei scappato subito. Partì. Neppure Mariangela aveva detto nulla ai suoi, ma una sera, pensando intensamente al suo amore, non potè più trattenersi e raccontò tutto. Stavano pranzando, i genitori si guardarono a lungo e senza bisogno di parole, si dissero molte cose.
Dopo cena, prima che Mariangela salisse in camera, la madre la invitò a sedersi accanto a lei per parlare insieme.
--Allora, chiese, vuoi raccontarmi com'è avvenuto?--
--Mamma, è successo senza neppure accorgersene, tutt'e due abbiamo provato gli stessi sentimenti--
--Ma sai, riprese la madre pregando mentalmente Dio affinchè le mandasse le parole giuste, gli uomini, a volte, per ottenere certe cose, farebbero di tutto e...
ma dimmi il vero, non è che lui...ti...
--Non dire più nulla, mamma, disse Mariangela arrossendo, con me si è comportato da vero gentiluomo e so con sicurezza che soffrirebbe molto a queste insinuazioni--
--Ma allora, cosa vuole da te?--
--Vuole sposarmi, mamma, la prossima estate appena si sarà laureato--
--E...scusa un pò, i Conti Caccia ne sono al corrente?--
--Si, mamma, li ha informati personalmente--
--E cosa hanno detto?--
--Questo non lo so, ma dovrebbe scrivermi una lettera e farmi sapere--
--Va bene, per ora non parliamone più e attendiamo la lettera--
La madre le augurò la buona notte, ma l'emozione era stata forte, quindi, abbracciandola, le vennero le lacrime agli occhi.
Finalmente una mattina, il postino recapitò la tanta sospirata lettera, Mariangela, da una prima occhiata vide che era di Aristide, corse in camera sua e febbrilmente l'aprì.
Quando la lesse, pianse, ma di gioia, per tutte le belle parole che le diceva. Da quel foglio azzurrino e leggermente profumato, scaturiva tutto il fuoco d'amore che provavano ambedue, ed in fondo al foglio, come p.s. scriveva:
" Ho parlato di te ai miei genitori, ho detto loro quanto sei buona, rispettosa e bella ed ho aggiunto che desidero sposarti. Non me lo hanno negato, quindi cerca di organizzare tutto per i primi di settembre, per me mese migliore, e finalmente andremo a nascondere il nostro amore dove tu vorrai, amore mio."
Ti mando il mio indirizzo dove potrai scrivermi.
La madre di Mariangela, quando lesse l'ultima parte della lettera, ne fu molto felice, andò di corsa ad informare il marito e quella sera festeggiarono quell'avvenimento così grandioso.
Ora, non vi era più cosa alcuna per preoccuparsi, bisognava soltanto attendere.
A volte la fanciulla era un poco mesta pensando ai conti Caccia, le pareva quasi impossibile che avessero accettato così, di buon grado, specialmente conoscendo, per terze persone, il loro carattere, la loro ostentata superiorità.
Ma poi non ci pensò più, i suoi pensieri furono tutti occupati dall'immagine del suo amore. In un baleno arrivò l'estate e con l'estate arrivò il Conte.
Prima ovviamente andò dai suoi genitori, che nel frattempo speravano che il figlio si fosse dimenticato quella "ragazzata", ma quando si convinsero che non era così, che lui era intenzionato a sposarla, tutta la famiglia, escluso Tancredi, si cimentò in un grande silenzio. Aristide, non vedeva l'ora che passasse quella settimana, per poter andare, come faceva ogni anno, ospite dall'amico a Valduggia. Finalmente arrivò quel giorno, andò via quasi come un cane e le
uniche parole della madre, furono queste: " Aristide, cerca di rinsavire, sei ancora in tempo!" Io l'amo, mamma e sento che senza di lei la mia vita non avrebbe più senso. E allora io, contessa Caccia Victoria, ti dico che quella ragazza non ti porterà bene, vedrai!
Queste parole, avevano tutta l'aria di una minaccia e con questo stato d'animo, Aristide andò via.
Quando arrivò a Valduggia, i suoi sentimenti si capovolsero all'improvviso e
sentiva dentro di se, una grande smania di vedere Mariangela.
Nel pomeriggio, si sistemò in casa dell'amico, che lo accolse con le lacrime agli occhi sapendo che era in contrasto coi genitori e quella sera, parlò molto ad Aristide, ma alla fine si arrese di fronte ad un amore così grande, degno di rispetto. Per il Conte, questo sentimento aveva la priorità su tutto, i suoi genitori li avrebbe sempre amati e rispettati, ma non avrebbe permesso loro un'interferenza alcuna.
L'indomani mattina, Mariangela, sapendo che avrebbe rivisto il Conte dopo un anno, era in stato d'eccitazione nervosa. Le cadevano le cose dalle mani, si
metteva persino a balbettare, le pareva di avere la febbre, non pensando che il tutto era dovuto alla febbre, si, ma d'amore.
Quella mattina, quasi quasi non si sentiva neppure di portare le sue mucche al pascolo, ma la madre insistette, più che altro per farla svagare. Allora Mariangela andò. Quando fu sul posto, si diresse verso l'albero per appoggiare le sue cose e da distante vide muoversi qualcosa.
Il suo cuore iniziò a battere fortemente, si stropicciò gli occhi per vedere meglio, e prima ancora della vista, il suo cuore vide il Conte.
Fece una corsa colle braccia aperte gridando il suo nome, lui fece altrettanto e quando furono vicini, lui la sollevò fra le braccia come fosse una bambina, poi, delicatamente, la pose su quel morbido tappeto verde e quando lei cercò di parlare, lui chiuse immediatamente la sua bocca con un ardente bacio.
Che giornata incantevole! Quanti progetti per il futuro! E lì, sotto quella grande quercia, testimone del loro amore, decisero la data di nozze.
Per quanto riguardavano i luoghi da visitare, fece decidere a lei.
Quando si ama veramente, nasce come una sorta di gara fra i due, quasi a primeggiare nell'accontentare l'altro; il vero amore, non ha contorni o aloni sbiaditi, ma è lì, terso, puro, fulcro perfetto che sovrasta tutto.
Aristide sentiva come una puntura nel cuore per il diverbio con i suoi genitori, ma non ne volle mettere al corrente Mariangela.
Pensava che pian piano le cose sarebbero andate a posto, ed era certo che quando avrebbero conosciuto la giovane sposa, sarebbe stato impossibile
non volerle bene. Quindi, con la scusa di sposarsi distante, il Conte disse a Mariangela che per i suoi genitori sarebbe stato molto strapazzo, considerando la salute precaria del padre.
La madre di Mariangela, invece, per un senso di delicatezza, disse che anche per loro era un pò distante, ma promisero che non appena tornati, avrebbero fatto una grande festa.
Così, la prima domenica di settembre, di buon'ora, partirono per Napoli, dove a pomeriggio tardo si sarebbero sposati. Volle pensare lui all'abito della sua sposa, costringendola a scegliere il più bello in assoluto, e così fu.
Scelsero Positano per la cerimonia e per la caratteristica chiesetta dominante il mare. Andarono in un albergo vicino alla chiesa e lì si prepararono, la funzione era fissata per le ore 18.
Quando venne l'ora, Aristide scese prima per attenderla in chiesa, l'abito di Mariangela non lo aveva visto. E finalmente, anche per lei venne l'ora del grande evento e quando fece il suo ingresso nella piccola chiesetta, salutata da una dolcissima musica,
tutti rimasero a bocca aperta e nell'aria vi era un qualcosa d'irreale.
Al Conte parve di sognare ad occhi aperti da quanto era bella.
L'abito, di un pizzo pregiatissimo, molle, cadeva ai suoi piedi a due altezze, quella più alta era rifinita da un nastrino di seta ed allungandosi sul retro, terminava in tondo formando un lungo strascico. Il corpetto, veniva incrociato sul seno lavorato a piccole plissettature, valorizzando al massimo il suo mezzo busto. I capelli
erano sciolti e vi erano sparsi qua e là dei piccolissimi fiorellini bianchi. Era veramente incantevole. Poi, partirono per proseguire il loro viaggio, non preordinato, il Conte voleva che scegliesse tutto Mariangela.
Stettero via un mese e quel mese d'amore valse una vita.
Una sera, la sposina era un poco pensierosa e chiese al marito:
--Non mi hai detto ancora quale sarà la nostra dimora--
--Avremo una porzione del castello, amore, è stato il regalo di nozze dei miei genitori--Mariangela, fece dei salti nel letto felice come una bambina, poi lo abbracciò, lo baciò e lo attirò a se facendolo dolcemente sdraiare sul letto.
E come altre volte, anche se erano pronti per uscire, si spogliarono nuovamente per stare più...vicini.
Una mattina, anche se erano i primi di ottobre, l'aria era ancora tiepida, nel grande viale dei Conti Caccia, tutto profumava ancora di rose e Mariangela aveva il sole negli occhi al pensiero di come sarebbe vissuta d'ora in avanti.
Arrivati di fronte al portone, si maravigliarono che nessuno fosse lì ad attenderli, quando un giovanotto uscì dal portone quasi correndo e andò loro incontro: era Tancredi.
I fratelli si salutarono teneramente, poi Aristide gli presentò Mariangela e di fronte a tanta bellezza, Tancredi arrossì come un collegiale e dentro di lui pensò a quanto il fratello era stato fortunato.
Entrarono e si sedettero in salotto e dopo una decina di minuti, già si sentiva nell'aria un certo non so che d'imbarazzo, specialmente osservando Tancredi che palesava il suo nervosismo rigirando fra le mani una penna.
Intanto, entrarono come cicloni gli altri quattro fratelli e non poterono fare a meno di presentarsi alla sposa, ma lo fecero con una freddezza tale, che tramite le mani di Mariangela, come una serpentina, andò diritta al cuore.
Iniziò a prendere visione della realtà, quando Aristide chiese a Tancredi dei suoi genitori, lui fece finta di non sentire e parlò immediatamente d'altro, poi disse:
--Se volete sistemarvi, vi accompagnerò nel vostro alloggio destinato dai genitori--Uscirono nuovamente dal portone, andarono sul retro del castello, e a questo punto, ad Aristide, come un fulmine a ciel sereno, si presentò alla mente questa cruda ed orrenda realtà.
Ma non voleva darlo a vedere alla sua giovane sposa, perlomeno, non ancora.
Guardò Tancredi e vide sul suo viso, due lacrimoni che non riusciva a trattenere. Andiamo, su, disse Aristide precedendo il passo a Mariangela.
Arrivarono in cima col fiatone per quella interminabile scala e la sposa esclamò: Ma qui, tutto è tondo? Si, rispose il Conte, anche l'alloggio, entra e dimmi se ti piace, era convinto che l'avessero ristrutturato per l'occasione, e mentre apriva il portoncino di ferro, Mariangela, che era una ragazza sveglia e intelligente, ebbe come uno squarcio di luce nel cervello e capì tutto, ma voleva troppo bene al marito e la sua sensibilità decise di non darlo mai a vedere.
Lo squallore di quell'ambiente tondo, quando varcarono la porta, si presentò ai loro occhi in tutta la sua macabra vista, considerando che al soffitto vi erano
tanti pipistrelli, infiltrati forse dalle feritoie sottostanti di quella costruzione cinquecentesca. Non era sicuro come tanti torrioni dei nostri giorni, adibiti ad alberghi di lusso, ricavando dalla forma della costruzione, delle particolari e romanticissime camerette, come ad esempio il Torrione di San Geminiano, a Siena.
Nonostante la buona stagione, lì dentro vi era un umido indescrivibile che ti dava i brividi, i muri, grigi e screpolati e due porte che davano accesso ad un piccolo bagno e ad una cameretta allestita solamente da due reti, un armadio e un piccolo tavolino. Questo era il loro alloggio: il torrione. Il loro nido!
Il Conte aveva il cuore troppo gonfio ed improvvisamente scoppiò in un pianto, dalla vergogna, dall'umiliazione. Mariangela gli andò vicino e dolcemente gli disse: --Aristide, non devi piangere, vedrai che quando l'avremo dipinta, cambierà aspetto. Mi par già di vederla, con le sue tendine di trina e tanti fiori al davanzale, vedrai come diventerà bella la nostra casetta. Su, dammi un bacio.
Tancredi era già andato via, il Conte la prese fra le braccia e varcarono la soglia di quella misera cameretta; stettero coricati un paio d'ore e alla fine si calmò
un poco non volendo rattristare la moglie.
Poi, scese in cucina e la cuoca lo informò che per ordine dei Conti, il loro pranzo lo avrebbero consumato nel loro alloggio, al che, Aristide, preso da un moto di nervi, andò nel salone dov'erano i genitori e tirò loro fuori tutto ciò che aveva nel cuore.--Hai terminato?--domandò la contessa
--Si, ho terminato, non vorrei aggiungere cose alle quali potrei pentirmi--
--L'hai voluto tu, Aristide, sposando quella sgualdrina che con furbizia non aspirava altro che carpire il nostro nome, infangandolo--
--Madre, ti prego, non parlare in questo modo di Mariangela, tu non la conosci--
--Ora ti dirò una cosa, disse la contessa, se tu vorrai prendere il tuo posto alla nostra tavola, sarai bene accetto, ma lei no!--
--Mai la lascerei sola, preferisco di gran lunga consumare i miei pasti sul torrione, fossi accerchiato pure da civette e pipistrelli, ma come ti ripeto, mai la lascerò sola--
--Come credi-- concluse la madre con tono indisponente.
Tornò su, ma non mise Mariangela al corrente del suo dialogo con la madre, disse solamente:
--E' palese che non siamo bene accetti, perciò vorrei colpirli a mia volta consumando qui i nostri pasti, azzardò, se tu sei d'accordo--
--Sicuramente sono d'accordo, la mia gioia più grande è l'esserti accanto, lo sai, amore mio--
E così iniziò la loro vita lassù, sul torrione, come fossero delle bestie. Aristide, fece allestire meglio che potè il torrione, ma più di tanto non si poteva fare, e lui si avviliva ogni giorno di più al pensiero di non essere stato capace di offrire alla sua sposa un nido d'amore degno di lei.
Ogni giorno, cercava di farla svagare portandola fuori a passeggiare e girare i dintorni, ma lui, diventava via via sempre più triste, specialmente da quando,
incontrandosi coi genitori in giardino, la madre si rivolse a Mariangela in tono beffardo: --Allora, ti piace il tuo alloggio?--
--Si signora Contessa, per me è già troppo e la ringrazio--Parlò in modo tanto dolce e normale che la Contessa si stizzì dentro di se e rivolta al figlio, sibilò:
--E' brava ad abbindolare, vero?--
Mariangela sentì, si scostò di qualche passo fingendo di odorare una rosa,
e chinò il viso per non far notare le sue lacrime.
--Mamma, disse il Conte, non ne posso più della tua cattiveria--
--Allora vattene, nessuno ti trattiene--Aristide chiamò Mariangela e forte, che sentissero i genitori, le disse:
--Amore, lo sai che oggi sono due mesi esatti che siamo sposati? Per l'occasione ti porterò a pranzo in un posticino delizioso--e presala per mano, uscirono dal castello. Un giorno, la cuoca si ammalò, la Contessa madre mandò a chiamare Mariangela e quando le fu di fronte, le disse:
--Sai cucinare?--
--Si, signora Contessa--
--Ti spiacerebbe prendere il posto della cuoca sinchè non sarà stabilita?--
--Con piacere, signora Contessa--
--Allora va in cucina ed inizia pure, lì troverai tutto ciò che ti occorrerà e sulla lavagna leggerai il menu della settimana. Qualunque cosa manchi o ti serva, chiedi al garzone, l'importante che tutto sia a puntino, intesi?--
--Si, signora Contessa--Stava per andarsene, quando la richiamò indietro ed
osservandola con insistenza, chiese:
--Mi sembri ingrassata o....--Mariangela diventò rossa come il fuoco, ma doveva rispondere: --Attendo un bimbo, signora Contessa--
--Ah, bene!--rispose in tono falso.
Mariangela si diresse verso la cucina pensando che forse la Contessa, offrendole quest'opportunità, volesse avvicinarsi a lei. Quando finì, andò a risfrencarsi ed a cambiarsi per scendere in salone. I Conti vi erano già
e rimasero sbalorditi da quanto tutto era preparato con eleganza, maestrìa e buon gusto. Anche i fratelli erano al loro posto e per ultimi, entrarono gli sposi
e presero posto accanto a Tancredi.
A questo punto la Contessa si alzò ed in malo modo disse a Mariangela:
--E tu?, Che ci fai qui? Va in cucina, il tuo posto è quello!--
La povera fanciulla, prima arrossì, poi impallidì dall'umiliazione, alla fine svenne.
Aristide si alzò immediatamente per soccorrere la moglie, che nel frattempo, alcune cameriere adagiarono su un divano in attesa di un medico, ma il padre,
severissimo, prese la parola e ordinò al figlio, che quando tutto fosse a posto,
di ritornare a tavola e che da quel momento in poi, i pasti li avrebbe consumati
con loro. Aristide, stava per replicare, quando il padre gli andò vicino ed in modo concitato gli disse: "Questo è tutto".
Si può immaginare quale sorta di sentimenti provava il povero Conte e da quel giorno, per sfogare la sua rabbia, dietro il consenso della moglie, decise di
riprendere i contatti con i suoi vecchi amici, così, ogni sera usciva.
In genere, passavano il tempo al circolo, altre volte in casa di uno o dell'altro.
E fu così, che una sera, conobbe una signora di...costumi facili, la quale conoscendo la storia del Conte e pensandolo vulnerabile, gli si appiccicò addosso sin quando non riuscì a strappargli un'appuntamento in casa sua.
Vi andò. Tradì Mariangela. Per una poco di buono, per una donna volgare.
Si chiamava Susanna, piuttosto in carne, che teneva esposta come fosse in vetrina, capelli rossi, tinti, acconciati in maniera veramente...ridicola.
Quella sera, anzi, quella notte, quando rincasò, trovò Mariangela che dormiva
sorridendo, sicuramente pensava al suo bambino ma nello stesso tempo,
il pensiero precedente non doveva essere dei più rosei considerando che aveva le ciglia bagnate di lacrime. Allora, sfogò il suo senso di colpa in un gran pianto. Ormai non era più lo stesso, il dolore pian piano lo distruggeva.
Intanto nacque una bellissima bambina e Mariangela tentò l'ultima carta: la chiamò esattamente come la Contessa: Maria Victoria, chissà se quest'atto avrebbe sciolto un poco il suo cuore.
Nulla servì a nulla, non voleva vedere neppure la bambina. Quando la piccola Victoria aveva sui cinque anni, alla sera, a letto, iniziava a piangere forte: era
terrorizzata nel sentire le civette e i pipistrelli e si era convinta che avrebbero rotti i vetri per assalirla. La madre, la consolava ma non riusciva più a prendere sonno. Diventò l'ombra di se stessa e finalmente si convinse che il cuore dei Conti sarebbero stati per lei sempre due grosse pietre. Capì che non vi era più alcuna speranza e così fu. Ai suoi genitori non disse mai nulla di come viveva da quando si era sposata e loro mai dubitarono anche perchè non erano mai stati al castello non essendo invitati. Mariangela, col marito, specie nei primi anni, andavano sovente a trovarli, poi, quando nacque la bimba gliela portavano quasi sempre e infine trovò un modo molto simpatico per comunicare coi suoi in qualunque momento: i piccioni viaggiatori. Come si divertiva Victoria! Per nonni, la piccola conosceva solo quelli materni.
Stava per giungere un'altra estate e Mariangela, leggendo sul viso della figlia tanta tristezza, pensò di allontanarla in qualche modo. La piccola Victoria soffriva molto a vedere il padre fare ritorno quasi all'alba e di cattivo umore,
tanto che una volta alzò la voce alla moglie, ma quando la vide piangere, ricordando il loro grande amore, si inginocchiò ai suoi piedi e singhiozzando le chiese perdono. Era diverso tempo che non stavano più...insieme e quel pomeriggio, dopo aver accompagnato Victoria al catechismo, si riunirono come tanto tempo fa, con la differenza che vi era molta fretta tanto che quando Mariangela cercò di abbracciarlo, lui la staccò bruscamente dicendole che doveva andare. In quel preciso istante, sentì come una lama attraversarle il cuore. La favola era finita.
La farmacia di Aristide iniziò ad andar male, a volte non apriva e non rispettava gli orari e poi, era sempre gremita da una clientela.....non molto seria e per finire, vi era sempre quella Susanna che a volte si fermava per l'intera giornata
e la gente iniziò a chiacchierare.
In quel periodo estivo, Victoria partì con la parrocchia per la colonia e quando fu l'ora di tornare, il padre volle andare lui solo incontro alla figlia.
Sembrerà strano, ma in un mese, Victoria fece un cambiamento tale da stentare a riconoscerla, e quando fu di fronte ad Aristide, lo vide impallidire.
Il Conte, in un attimo, si rivide dinanzi Mariangela quando l'aveva conosciuta.
La sua bellezza era identica a quella della madre anche se i colori non erano gli stessi: gli occhi erano di un azzurro profondo e i capelli aveva nerissimi.
Era incantevole. Baciò suo padre e chiese subito della madre, non vedeva l'ora di abbracciarla. Aristide ebbe un moto di stizza, la fece salire in carrozza e partì, ma non prese la strada per il castello e Victoria chiese dove la stesse portando. Voglio farti conoscere una persona. Andarono avanti per quasi mezz'ora, poi, la carrozza si fermò di fronte ad un casolare e dalla porta uscì una donna: il suo aspetto ed i suoi modi, per Victoria furono alquanto indecenti, il grembiule da cucina sporco e liso e quei capelli rosso fuoco, acconciati in maniera da donarle un aspetto inequivocabile.
--Aristide, sei venuto finalmente! Io non posso stare sempre dietro a quella mocciosa, fra l'altro sai che è infreddata e occorrono le medicine, le hai portate?--
--Si--rispose arrossendo sbirciando la figlia che aveva un'aria interrogativa.
--Allora venite dentro, vi do una fetta di torta--
Victoria entrò per scoprire quel mistero anche se nel suo piccolo cuore si
era già infiltrata la verità e ne ebbe conferma quando vide una bambina sui cinque anni che corse dal Conte chiamandolo papà.
Susanna sghignazzava guardandole vicine e a Victoria disse: Ti presento Irma, tua sorella, figlia del tuo stesso papà e...giù, un'altra risata sguaiata.
Victoria arrossì dalla rabbia e Aristide fece smettere Susanna in malo modo,
ma lei non era Mariangela, lo prese per il bavero e gli vomitò queste parole:
--Invece di fare il cretino, lasciami dei soldi e alla svelta, poi vattene!--
Quando furono nella via del ritorno al castello, il Conte disse a Victoria di non dire nulla di quanto aveva visto a sua madre, altrimenti per lei sarebbero stati guai. Quando vide sua madre, le corse incontro abbracciandola ed improvvisamente si mise a piangere.
--Perchè piangi, Victoria? Ti faccio quest'effetto?--
--Oh, no, mamma, sto piangendo di gioia, mi sei mancata tanto--
--Prima ancora che finisse la settimana, Victoria non potè più mantenere questo orribile segreto e disse tutto alla madre che nel preciso istante, sentì il suo cuore chiudersi per sempre. Dopo non molto tempo, i Conti li cacciarono via per tutti i debiti che aveva contratto Aristide, ma non pensavano minimamente di quanto la situazione fosse più grave. Gli altri figli, dei mantenuti, non procurarono altro ai genitori che gran dispiaceri, all'infuori di Tancredi, che lavorando si comprò un piccolo appartamento per se.
Alla fine, dovettero vendere tutto: la farmacia, il castello ed anche il loro nome.
I Conti si ritirarono in un piccolo casolare a Novara, una vecchia eredità ed Aristide, con la vita dissipata e disordinata che faceva, morì poco dopo di un infarto, così Mariangela, assieme alla figlia Contessa Maria Victoria, tornò dai suoi genitori, che nel frattempo conobbero tutta la verità e piansero lacrime amare per la sorte della figlia.
Per quasi un anno, Mariangela fu come in trans, poi, circondata dall'amore dei genitori e della figlia, decise di riprendersi e iniziò nuovamente a portare le mucche al pascolo. Ma arrivata sul posto, dalla loro quercia, pensando al suo immenso amore, si sdraiava sotto la pianta e non riusciva a non piangere; pareva che i rami di quel grande albero le accarezzassero il viso asciugando quelle lacrime. La piccola contessa Victoria, la chiameremo ancora così,
soffriva molto per la madre e quando tornava, la sera, lei capiva che ancora aveva pianto. Decise allora di parlare con lei come una donnina e lo fece in modo così accorato, che le sue calde lacrime giunsero sino al cuore della mamma riscaldandolo e da quel momento non pianse più. Victoria ne fu tanto felice che le propose, visto che l'anno scolastico era terminato, di andare insieme a fare una gita ed espresse il desiderio di vedere Genova e il mare. Si lasciò convincere, specialmente dopo le insistenze dei genitori, si prepararono e partirono. Erano in uno scompartimento di un treno diretto a Genova, di fronte a loro vi era una donna anziana ed un giovane uomo che non riusciva a distogliere lo sguardo da quella bella signora; Mariangela si sentiva osservata, ma quando alzava il suo sguardo, lui distoglieva immediatamente il suo.
Arrivarono a Genova e da quello scompartimento scesero tutti salutandosi.
Dopo alcuni passi, il giovane si girò per guardarla ancora una volta e notò che la donna teneva un attegiamento d'impaccio e di perplessità, allora si sentì quasi in dovere di tornare indietro e chiederle se le occorreva qualcosa.
--Vorrei solamente portare mia figlia a pranzo ma non saprei proprio dove--
--Anch'io devo pranzare, se vuole potremmo farlo insieme, conosco un posticino poco distante dove cucinano dell'ottimo pesce--
Lei stette un pò a pensare, poi quando sentì il suo cuore che le sussurrò di fidarsi, accettò e poco dopo si trovò in un delizioso posticino con vista sul mare. Non scambiarono molte parole, lei disse che era vedova, lui, che ancora non aveva trovato l'amore e che faceva il marittimo. A Mariangela piacque molto la sua genuinità nell'esprimersi, il suo comportarsi da signore; finito di pranzare, lui pagò per tutti, poi si rivolse alla ragazzina e le chiese se le sarebbe piaciuto visitare una nave, doveva appunto imbarcare. Victoria voleva vedere il mare e le veniva proposto di vederlo addirittura da una nave! Questo pensiero la fece impazzire di gioia. Madre e figlia trascorsero una giornata incantevole, la prima dopo tutte le loro disgrazie; all'ora del commiato, scesero
la scaletta della nave e alcuni marittimi, come sempre, per curiosare, erano lì,
in fila, sembrando tanti uccelli appollaiati alla ringhiera della nave.
Antonio, così si chiamava il nostro amico, da buon gentiluomo, le accompagnò
sino al varco, le salutò stringendo loro le mani e guardando Mariangela negli occhi, disse semplicemente:
--Fra due mesi, farò ritorno a Genova, ed io sarò qui ad aspettarvi--
Lei, commossa, si tolse dal collo una piccola catenina e la mise a lui dicendo:
--Fra due mesi, tornerò a riprendere la catenina--
Si salutarono e ognuno andò per la sua strada. Quella sera, Mariangela, prima di addormentarsi, pensò alla bella giornata trascorsa insieme a Victoria, e
pensando ad Antonio, si disse che non provava ciò che aveva provato per il Conte, ma il fatto è che era talmente disillusa della vita con lei così crudele,
così disamorata di tutto da non sentire o aver timore di provare altri sentimenti.
Ma durante quei due mesi, anche senza volere, ogni tanto il suo pensiero
correva oltre oceano per raggiungere quell'uomo.
Quasi allo scadere dei due mesi, le arrivò una cartolina di Antonio dove le comunicava il giorno dell'arrivo a Genova; però, questa volta, volle andare sola per poter sondare i suoi sentimenti.
Lui, aveva già preparato il permesso per farla salire a bordo, ma nel suo cuore non credeva sarebbe tornata, specie dopo aver saputo che era vedova di un Conte; come poteva competere, lui, semplice panettiere? Convinto che non arrivasse, si preparò per uscire e mentre scendeva quella scaletta di corda, il suo cuore fece un balzo alla vista di una macchina, là dentro vi era Mariangela. Le andò incontro, l'aiutò a scendere dalla macchina, la guardò intensamente negli occhi, le disse: --Vieni su un momento, nel mio alloggio,
devo restituirti la collanina--Giunti alla cabina, entrarono, aprì un cassetto e ne tolse un astuccio confezionato da regalo e glielo porse, al che lei si mise a
ridere:
--Ma Antonio, non vi era alcun bisogno di fasciarla così, l'avrei messa subito al collo--
--Allora te la metterò io, girati--
Sfasciò l'astuccio, cinse il collo di Mariangela e la accompagnò di fronte ad uno specchio: --Guardati!--
--Ma è stupenda! Non è la mia catenina, mi piace moltissimo! Grazie--
Si girò, gli dette un bacio sulla guancia, così, spontaneamente, allora lui l'attirò a se e le chiese se poteva baciarla; senza rispondere, lei si avvicinò, lo abbracciò, si lasciò baciare, ma lei non corrispose, aveva timore, ed i suoi sentimenti d'amore erano ancora chiusi a chiave nel cofanetto del suo cuore.
Antonio, pur essendo un semplice panettiere, possedeva, da madre natura,
un'animo nobile e sensibile ed era anche molto perspicace, capì che doveva darle tempo e lei, dentro di se gliene fu grata.
La nave, toccava il porto di Genova ogni due, tre mesi e a volte, per lavori di cantiere, si fermava una quindicina di giorni; quella volta era appunto l'ora dei lavori. I genitori di Mariangela, capirono che aveva conosciuto qualcuno, ma non chiesere mai nulla, desideravano solamente che alla loro figliola tornasse il
sorriso, non si meritava un dolore del genere.
Col tempo, piano piano, Mariangela si affezionò molto ad Antonio, per i suoi modi così delicati, per il suo indovinare immediatamente i desideri di lei e saperli anticipare, ma soprattutto per l'amore e il rispetto che aveva per la contessina Victoria che per lui fu come una vera figlia, ed è così che iniziò ad amarlo. Antonio, riuscì a conquistare quel cuore. Un giorno, lo portò a casa sua, voleva fargli conoscere i suoi genitori e quando se ne fu andato, la madre disse: --Mi piace molto quest'uomo, ed anche se è più giovane di te, ha doti veramente grandi ed è molto maturo. Non fartelo scappare, Mariangela, il cuore mi dice che con lui sarai felice--
Si sposarono esattamente dopo un anno da quando si conobbero, il loro amore cresceva via via che il tempo passava ed insieme, sempre mano nella mano  
trascorsero il cammino della loro vita per la bellezza di quarant'anni. Dal primo giorno della loro vita assieme, non volle mai più usare l'appellativo di contessa ne per lei e neppure per Victoria, le sarebbe sembrato un'umiliazione per lui. Quella favola era finita, finita dal giorno che iniziò una vera vita, fatta di realtà, di educazione, di lealtà e di tanto, tanto amore.
Poi, un brutto giorno, Antonio morì improvvisamente causa di un'embolia.
Prima di spirare, erano sempre mano nella mano, l'attirò a se e lei
appoggiò la guancia nella sua guancia, gli bagnò il viso con le sue lacrime e ad un tratto, sentì sussurrare: Mariangela, ti amo! Ricordalo, per sempre.....anche "dopo", quando ci rivedremo--Spirò. Lei continuò ad abitare il loro nido d'amore sino a quando compì cento anni. A quel punto, si decise a trasferirsi dalla sua Victoria, e fu così che la conobbi.
Scendevo da lei quasi tutte le sere ed inevitabilmente il discorso scivolava sempre su Antonio, avevo capito che incitandola a parlare di lui, lei gioiva ed i suoi occhi splendevano come due stelle, nonostante la sua bella età.
Quando finì di raccontarmi tutto, mi disse:
--Questa è la mia storia, Aurora, ma io, a differenza tua, posso dire di essere stata felice ed anche ora lo sono perchè il mio Antonio è sempre con me, lo
sento dentro e non vedo l'ora di raggiungerlo--
--Mariangela, le dissi, quando sarai lassù con il tuo Antonio, non dimenticarti di me--
--Te lo prometto, Aurora, ma tu stammi vicina--Lo farò, stanne certa--
Lo feci, assieme alla figlia Victoria, sino all'ultimo giorno che campò. Aveva centodue anni.
Un giorno, se ne andò via, scivolando in punta di piedi, prendendo forma di una bellissima nuvola rosa e correndo nel cielo, si scontrò con un'altra nuvola.
Era azzurra. Era Antonio. Si formarono due splendidi arcobaleni, uno sotto l'altro e nello stesso tempo una piccola e finissima pioggia arrivò sino alla terra.
Erano le loro lacrime d'amore.
         
  Aurora