DAL PARRUCCHIERE
Nella bellissima città di Livorno, a pochi passi dal mare, vi è un noto negozio di parrucchiere uomo-donna, aperto nell’immediato dopoguerra, la seconda guerra mondiale. Quando venne aperto questo negozio, lavorava solamente come barbiere, messo su da due giovani reduci dalla guerra, Marcello e Ciro, che si misero in società. Marcello, nativo del posto, era di una simpatia unica, tipica dei toscani: alto, snello, capelli biondi, occhi scuri. Ma il lato più bello era il suo cuore: onesto, buono, generoso. Conobbe Ciro alla stazione, dove stava attendendo la sua fidanzata, quando ad un certo punto, un fracasso improvviso lo fece girare di scatto. Un giovane, era caduto nello scendere gli scalini del treno e dietro di lui, quattro delle sue valigie. Marcello, fu il primo a soccorrerlo, lo fece alzare, sedere su una panchina, poi lo guardò, e notò nel suo viso e nei suoi occhi gonfi dal pianto, l’aria più depressa che avesse mai visto negli ultimi tempi.
Incitato interiormente dalla sua generosità, quando arrivò la fidanzata, lo invitò a bere qualcosa e lo aiutarono a portare i bagagli.Dopo i primi convenevoli, arrivarono a Ciro una mitragliata di domande da parte di Marcello, ma fatte così ingenuamente e simpaticamente, che il ragazzo accennò un breve sorriso, ma immediatamente dopo, scoppiò nel più fragoroso dei pianti.
Lo lasciarono sfogare, senza parlare, senza fare alcun commento, alla fine, Marcello gli chiese in modo diretto il motivo di tutto quel pianto.
-Ma’ hè t’è hapiàto, benedetto figliòlo? ‘ hè
tu hai perso la ‘tu mamma?

O forse l’è il tù babbo?-
-In un certo senso, si-
-Ma ’òme la fa a’’ esse in un ‘hèrto senso?…o lo è sì o lo è ‘nò!-
-Allora diciamo di si…Si tratta di un ragazzo. E’ nel cuore di tutti ormai, ma questa storia mi ha fatto ammalare-
-Oh, poerello, ‘he l’hanno sparato?-
-Si, ma non sul fronte di guerra, ma bensì nel suo suolo natale-
-Oh, malidetti! Rahònta, Ciro, rahònta!…-
-Si, racconterò!-
Tornava dalla licenza, povero marinaio e nei pressi dell’Università, sulla soglia della “Casa degli uomini di Scienza”, lo attendeva un destino crudele: c’erano ad attenderlo, non uomini, ma belve, per stroncargli la vita!
Ancora oggi, quando qualche napoletano viene interrogato su questa vicenda, si commuove. E dopo aver indirizzato il luogo dell’Università, dove vi è una lapide, lo invita ad andare al porto, alla Stazione Marittima, dove vi è un’altra lapide con scritta una poesia.
Questo lo scritto davanti all’Università:
Su questa soglia della Casa della Scienza, la ferocia tedesca uccideva il giorno XII Settembre MCMXLIII un marinaio, per simulare un pretesto al meditato incendio all’Università, sette volte gloriosa nei secoli, risorta dalle fiamme, l’Università consacra al culto dei giovani che si succederanno nei
secoli, la pietra da cui si leva il grido del sangue di Abele e la condanna del peccato irremissibile perpetrato contro lo spirito immortale!
Mentre al porto, su un’altra lapide, vi è scritta questa poesia:
“ O MARENARO “
Riccio ‘e capille, ‘na faccia bruna,
teneva ‘e spalle larghe ‘e ll’uocchie nire,
passaje p’ ‘o Rettifilo e fuj’e fatale,
pe chella via ‘nce rimmanette ‘a vita,
‘mmiezo ‘o scalone ‘e ll’Università.
“Lassateme! Songo surdato
e torno d’ ‘a licenza,
vaco ‘ncaserma e stongo franco ancora!”
“Caput!”, dicettero ‘e tedesche
E subito ‘o rinchiettero ‘e mazzate,
senza sape’ che stevano facenno.
“Oj ma!”, gridaje. “Dateme mamma mia!
nun m’accedite, non songo disertore!”
‘A raffica ‘e mitraglia ‘o pigliaje ‘mpietto,
tanto valeva fosse muorto a mmare,
povero marinaro, teneva ventuno anne.
Chiagnette Napule senza risciatà’,
‘mmiezo ‘e macerie d’ ‘e ccase bombardate
Sentettemo ‘nu grido ‘e libertà.
Quattro jurnate facettero ‘na guerra
po’ ‘o sango’e ‘stu guaglione marinaro.
Surdato ignoto resta senza nomme,
ma è ricordato pe ll’eternità!
Terminata la poesia, Ciro, Marcello e Laura, stettero in silenzio alcuni minuti,
dentro i loro buon cuori, ognuno, con una preghiera, rese omaggio e rispetto
al povero marinaio.
Trascorso questo lasso di tempo, Marcello esclamò:
-“Ma…mi dite ‘n po’ se un òmo deve ammazzà un artr’òmo? Ancora dè unn’ è
zipilla de sangue la berva umana...e quando sarà che l’òmo impara a stà ‘ar
mondo senza ammazzà?-
-E così, continuò Ciro, stanco nello spirito e nel corpo, causa della maledetta
guerra, ho pensato, per non impazzire, di cambiare completamente tutto:
casa, città lavoro.
-Ma he tu pensi de’ fa, ora?-
-Non so, Marcello, non so!-
-E lo so io, Ciro…he tu farai! he tu veni a sta ‘on la mì mamma,
e poi…he tu vedi...he da ‘osa nasce’osa!-
-Ma io non posso accettare, Marcello, ma…-
-he mà e mà! He tu vorresti mica dormì alla stazione? Ce sarebbe ‘n amìo
he sta vicino alla mì ‘asa…ma ‘n te lo ‘onsiglio… la porta sempre una
femmina alla su’ ‘asa, e…no…no…però.. presto ‘a da far ‘r sordato…ma ora lui dice
he l’è meglio ‘n quer corpo lì che ‘nfanteria! Per la prima volta, Ciro scoppiò a
ridere. A poco a poco, divennero amici inseparabili, sinchè decisero di aprire
in società, un piccolo negozio di barbiere.
Conobbi questo negozio, divenuto nel tempo un’elegante parrucchiere uomo-
donna, in quanto, mio marito, trasferito in un’agenzia marittima di Livorno,
doveva rimanere sul posto per un anno intero.
Questo elegante negozio di parrucchiere, fu ritrovo di molti concittadini di ogni
estrazione sociale, e tutti, uomini e donne, vi rimanevano più del consueto,
per gustare l’allegria che albergava sempre in quel locale.
Quindi, oltre ad un’estate intera, vi andavo anche i fine settimana ed ogni tanto,
ci siamo rivisti, tenendoci sempre in contatto.
Frequentando le persone di quella città, così estrosi, simpatici, col loro dialetto
che da solo ti portava in cuore tanta allegria, devo ammettere che
trascorsi un periodo sereno.
Al sabato, si andava al mare coi ragazzi, ma per me questa cosa durò solo due
giorni. Vi spiego perché.
La seconda volta che
andammo al mare, lui mi propose di arrivare sino alla boa.
Ero bravissima ad arrivarci, ma ancora più brava a
saper annegare al ritorno…e lui lo sapeva!
-Alùa figeoù, sèi tutti prunti?-
-Siii!-
-Anèmu, sciù, fèmu una gara, ma mì so che vinsià vostra muè!-
-No, vinco io!- risposero insieme i due figli più grandi.
-Anemu, sciù, un…duì….trèi…-
Ci gettammo in mare, i primi ad arrivare furono i miei figli, io arrivai seconda.
Una volta giunti alla boa, ci sdraiammo a prendere il sole, il tempo passava,
pareva non intendessero tornare a riva, ma io volevo andar via.
-Allora, andiamo?-
-Vanni ti!-rispose mio marito
- Che dici? Sai bene che non potrei mai farcela!-
-Ma sci cà ti ‘a fè, vànni, vànni, sci-

Il mio orgoglio mi gettò immediatamente in mare, arrivata a metà tragitto, mi
prese il panico, iniziai a bere
ed a sentirmi pesantissima, mi rivolsi a Gesù chiedendo pietà, che sicuramente
mandò una sirena a darmi
un colpo di coda nel sedere, fatto sta che andai avanti di un bel pezzo…ma vi
erano ancora dei metri da fare. Ora muoio!…ora muoio!…
Replay! Affondo, bevo, grido a..aa.. aiutooo! Nessun bischero si fece avanti! Nel
mio terrore, li vedevo
comodamente seduti a godersi lo spettacolo come fossero a teatro.
Non so come toccai terra, arrivata, caddi pesantemente sulla sabbia quasi
priva di sensi, col tremito che
serpeggiava lungo la schiena e sulle altre parti del corpo.
Si avvicinarono due o tre persone ed uno mi disse:
-O’ he sta male? O’ he le succede? La sta tremando tutta!-
-Niente, grazie, ho solo fatto il bagno più rilassante di tutta la mia vita!-
Che bischeri! Pensai…tre volte..sei volte bischeri!
Quando tornò mio marito, mi disse col più serafico dei sorrisi:
-Alùa? T’hè vistu cà tè arrivà?-
- Non hai visto niente!-
-Che ghèa da ‘vedde?-
-Oh, nulla,…stavo solo annegando!-
-Ma cume t’hè esagerà!-
Me lo sarei mangiato, ma al pensiero che non avrei più digerito a vita, mi
limitai a rispondere:
-Da oggi in poi, non verrò più al mare…ricordalo!-
Mantenni la promessa…sino ad oggi!
E così cambiai abitudini, al sabato andavo dal parrucchiere..ed è lì..che
conobbi quel bellissimo negozio dove lavoravano Marcello e Ciro.
Si erano sposati ambedue, la moglie di Ciro, Maria, una donna siciliana
simpaticissima, stava in negozio pure lei ed al sabato, quando poteva, veniva a
dare una mano Luisa, moglie di Marcello.
Un giorno non molto lontano, mi feci accompagnare a trovare questi amici,
approfittando per dare un’aggiustatina ai capelli.
Erano le nove e trenta del mattino, davanti a me
vi erano già cinque persone.
Mi diressi prima nella zona dove lavoravano Ciro e Marcello per salutarli.
Loro si occupavano degli uomini. Quando mi videro, mi abbracciarono,
scherzarono con battute spiritose sulle mie stampelle sino a farmi ridere.
Stavano facendo un taglio di capelli ad un giovanotto.
Marcello mi si avvicinò e abbracciandomi nuovamente, mi sussurrò:
he tu stà a’vede, Aurora, ‘ome si’n ‘avola l’òmo he stà aspettà il
sù turno!
Ell’è ‘n ‘òmunista he più ‘òmunista ‘n se po’.
Strizzò l’occhio a Ciro, che capendo alla prima, si rivolse a me:
-Chi nì rici, Aurora, a ‘stu beddu picciotto.. chi tagghiu cì viri?-
-Ma….è fine…snello…li lascerei un po’ lunghetti!-
-Raggiùni hai! I fazzu scalati…si…’u sai ca ora usano molto…..scalati…
accussì si portano sia con la riga a destra….che a sinistra….eh?..ti pari?
disse ridendo rivolgendosi al giovanotto, e pure bravo sei! Laureato…e…
Senti…un ti piacissi arrivari al parlamento? Vivresti comme ‘n pascià… comodo….
in una bedda poltrona…in pratica….senza fari niente! Sai chi ‘ffannu fari
ai principianti? I mettunu in una stanza e ci fannu fari una gara…e sai chi vinci?
Chi riesce megghiu a fari trasiri soldi nelle loro sassoccie con qualche bedda trovata:
ad esempio truvannu a maniera di “ripulire” un poco le tasche ri tutti i pensionati.
Se tu sei bravo a trovare questo…allora farai carriera, u capisti?
Sicuro! Disse Marcello,” tanto si ‘n tenti tu, tentan tant’altri”!-
- Sandro! Disse poi rivolgendosi all’uomo che attendeva il suo turno, ell’’a mi dice?-
-Dico he tu sei ‘n bischero! Sempre ‘a scherzà sulla politica…si…meglio un morto
‘n casa che‘n pisano all’uscio! rispose, iniziando a congestionarsi.
-Un t’incazzàri, Sandro! Disse Ciro. Guardati ‘n tu specchio...u vìri come sì russu…calmati…
si‘n voi cà ti susi ‘a pressione!-
-Si…si…ma quale governo la ti manda per prima ‘osa un assegno?-
-Ah!...stai parranno delle 150 ero? Raggiuni hai! Un amico i mè figghiu….si fici un mutuo..
mentre un altro sinni iu a manciarisi ‘na pizza cogli amici! E tuttu cu i stessi rinari eh?
Un altro ancora..va beh…finiamola…diciamo che dalla gioia imparrirunu tutti!-
Li lasciai ridendo mentre continuavano a stuzzicarsi e mi andai a sedere dal reparto donne.
Quel giorno, fra quelle cinque persone, vi era Anna, una parente di Maria, anche
lei siciliana.
Era maestra elementare, prossima alla pensione ed aveva un figlio di ventisei
anni. Il carattere di questa donna, era incantevole, di una vèrve eccezionale,
sempre allegra e le sue battute di spirito
erano sempre pronte a comunicarti il buon umore.
Rimasi quindi sorpresa vedendola piangere, attorniata dalle amiche che
facevano di tutto per consolarla.
Mi feci avanti anch’io, ormai le conoscevo tutte, e chiesi il perché di quella
disperazione.
-Avanti, Anna, disse Maria, cuntaci tuttu ‘a cchista bedda signora genovese!-
Mi avvicinai ad Anna, e cingendola col braccio, chiesi cos’era successo.
Scoppiò in singhiozzi e disse:
-Si tratta ‘i mè figghiu, si vole ammazzari!-
-Non è possibile, risposi, e il motivo?-
-Cùntalo tu, Maria, io un cià fazzu ‘cchiù! Figghiu!…..figghiu miu! Era
megghiu ca ‘un sturiava pì nnìente!
-Anna, sent’ ammìa, disse Maria, ti ricu ‘ca tuttu si sistèma! Ora tu fazzu
abbiriri!-
Eravamo tutte un po’ incuriosite, quando ad un tratto, Maria prese il telefono
e chiamò il figlio di Anna.
-Prontoo! Prooonto! Salvatore! Maria sono! Mi senti?Ti sentu antìcchia
giù…vero è?-
-Si, Maria... me madri cuntò tuttu, veru è?-
-Si..tuttu cuntò!... Allora,….tinni vu iri? Senza cchiù turnari?-
-Si, Maria, un cià fazzu ‘cchiù! Senza‘na lira, senza travagghiu, chi ffazzu?
Sulu chistu spetta a’ mmia! Ammazzarimi debbo!-
-Mischinu! Ma che dici Salvatore?-
-Maria, un’ minzultari, va bene?-
-Salvatore! Salvatore?…Ma unni t’inni isti? Ah , ci sei? Ascoltami! Tu ‘ricu io
‘zzucchi i fari!
Accussì i tuoi probblemi sinni vannu tutti-
-Ma chi vò fari, Maria?Un c’è ‘cchiù ‘nnienti i fari!
-Ascoltami bbene, Salvatore! Stùppati bbene ‘aricchi! Ora tu ricu io zocchu
fari!-
-Sentiamo…sentiamo....zocchu rìcunu i testi gritti!-
-Ti pari attìa! Sèntimi ‘bbene!-
-Amunìnni….parra!-
-Allora Salvatore, sai ca ti ricu? Sèmu in inverno, una ‘bedda mattina, nesci
‘ri casa cu ‘un beddu
passamontagna, tinni vai al supermercato, e arrobbi tutt’i ‘cose!-
-Ma che dici, Maria? Accussì mi sbattunu puri in galera!-
-Aspetta!…aspetta Salvatore!…fammi parrari! Proprio a chìstu devi arrivare!-
-Ma che minchiate stai ricennu?-
-Aspetta...un sunnu minchiate...làssami finìri! Quannu pigghiasti tuttu...mettiti
a fare u’ pazzu. Ma...
senza pistola, eh? E quannu arrivano i carabbinieri e ti portano rintra...tu sì
beddu e sistematu! U capisti?-
-Capivu….capivu…Maria…ma.. sai ca m’incuriosisci? E che succieri poi?-
-Ah, Salvatore...una cosa bellissima! Rintra ‘u carciri, starai antìcchia
antìcchia...poco poco.. e finalmente,
grazie a ‘u singùltu ‘ca mìsiro i pezzi grossi, ti fannu nièsciri, ti trovano u’n
beddu travàgghiu...e tu sì a’ postu pì’ ttutta
a vita. Capisti tuttu, Salvatore? Mi raccumannu figghiu, fallo…fallo!...Solo
accussì ti puoi salvare e... sposàre!
Accùra a un fari’ a fini ri’ bravi picciotti, senza nà lira, senza travàgghiu, ca
mancu ‘sinni possunu iri i’ casa
e i granni parlamentari…chi’ ffannu p’ iddi? Tu ricu io, Salvatore….i
pigghianu puri pu. ….va beh, ‘u
capisti, unni, vero? chiamannuli “bamboccioni” e pure ci ‘rìrinu subbra,….i
vitti io, Salvatore…tu ‘ggiuru! Alla televisione!-
-Maria….Maria Maria!…..Raggiuni hai! Ma quannu mai!…Un m’ammazzu
‘cchiù! Ora sàcciu chi ‘ffari!-
Posato il ricevitore, Anna si avvicina con ansia a Maria e le chiese:
-Chi ti rissi, Maria? Cùntami, cùntami! Pì favori, un mi fari stari subbra ‘i
spini!-
Tranquilla, Anna, s’aggiùsta tùttu! Ora Salvatore si schiarìu le idee!
In funnu, cu avi a cummirità e ‘un si nni servi, mancu lu cunfissuri lu po’
assolviri!-
FINE