La maledizione del
castello
In quel giorno, tutto preannunciava qualcosa di
terribile, il cielo era nero, cupo, pareva digrignasse i denti, il vento
mai aveva soffiato così forte e giocava scoperchiando tetti e sollevando
altre cose, divertendosi a guardare il loro girotondo in mezzo all'aria.
In quel paese, arroccato a picco sul mare, quelle piccole case che vi
erano, una accanto all'altra, pareva si tenessero per mano, formando una
barriera per frenare l'ira di quel mare.
E dietro a queste case, un piccolo castello,
con due torri, un ponte levatoio, un grande giardino dove il profumo di
alberi pregiati e fiori, giungeva sino al mare. In paese, raccontavano
diverse storie su quel castello: chi diceva fosse stregato, chi, abitato
da fantasmi, ma i più dicevano che era maledetto.
Fatto sta, che da un centinaio di anni, ogni
famiglia che abitava quel castello, dopo neppure un mese, se ne andava
distrutto, inebetito, con un componente della famiglia in meno.
Se erano anziani, non si faceva molto caso, ma
uando toccava a persone giovani o addirittura bambini, allora i paesani
tornavano subito alla carica con quelle storie.
Si raccontava, che giusto cent'anni prima, il
castello era abitato da un duca, con moglie, due figli e della servitù.
Fra questi, il maggiordomo della duchessa, che solo a vederlo incuteva
spavento e orrore, teneva un atteggiamento cinico, spavaldo e
strafottente, nessuno della servitù poteva osare indirizzargli un
rimprovero, e il povero duca, se toccava questo tasto con la moglie, ne
usciva distrutto, umiliato e si ritirava, come faceva sempre, nel
silenzio del suo studio. Vi trascorreva delle giornate intere, intere
serate e a volte anche la notte.
Si capiva lontanamente che lì, la padrona era
la duchessa e guai se qualcuno osava dire qualcosa, veniva
immediatamente licenziato.
Ormai, quel maggiordomo viveva con la contessa
da una vita, da quando entrambi avevano dieci anni.
In occasione di quel compleanno, la piccola
duchessa espresse il desiderio di avere accanto un bambino della sua età
per giocare insieme.
La madre in persona uscì, portando seco quel
ragazzino dell'età della figlia.
Quando glielo presentò, rimasero tutt'e due a
guardarsi, ammutoliti, ognuno con i propri pensieri. Il bambino, rimase
estasiato dalla bellezza della piccola duchessa, lei invece, sulle prime
si spaventò alla vista di...quell'essere.
La statura era di molto inferiore a quella che
avrebbe dovuto essere, aveva la gobba e la testa di una grandezza
impressionante, mani corte, tozze e due grandi occhi gialli che facevano
pensare ad un uccello notturno.
La bimba iniziò a piangere, scalciare, si
disperò, ma quando capì che solo quello potevano procurarle ( i suoi
genitori l'avevano venduto dietro una forte somma, ed erano felici in
quanto suo figlio avrebbe vissuto per sempre accanto alla piccola
duchessa ), allora si dette pace e iniziò a giocare con lui, anche se
quei giohi erano una vera tortura per il piccolo Giali.
Gli saltava in groppa, aggrappandosi con tutta
la sua forza ai suoi capelli ispidi, lo comandava a pose e versi più
svariati volendolo assomigliare ad un vero animale.
Lui sopportava sempre, perchè man mano che gli
anni passavano, cresceva in lui un ardente amore per la duchessa.
Lei, rendendosi conto di questo, gli regalava
qualche sorriso e qualche sfuggente bacio, facendolo diventare, in
questo modo, il suo umile schiavo.
Ed ora che era adulta, gli sarebbe servito per
i suoi loschi affari.
Sposò un duca e in questo modo, con l'aiuto di
Giali, che per lei si sarebbe gettato nel fuoco, ottenne quella libertà
che da tempo anelava.
Non usciva mai col marito, giustificandosi che
gli ambienti da lui frequentati, erano per lei troppo rumorosi e noiosi,
e col tempo fra loro s'instaurò un tacito accordo: lui andava ai suoi
circoli, lei, a detta sua, si incontrava con amiche per organizzare
insieme feste di beneficienza.
Invece usciva con Giali in carrozza e dopo un
breve giro, si faceva riaccompagnare a casa, ma non dalla parte
principale ma bensì dal retro dove vi era un piccolo padiglione che
usava soltanto lei per...incontrare l'amante.
Quest'ultimo, l'attendeva da una buona
mezz'ora, passeggiando nervosamente avanti e indietro. Era stanco ormai
di quella relazione e non sapeva come troncare.
Quando si videro, lei gli serrò le braccia
intorno al collo e cercando di baciarlo, si accorse della sua freddezza.
--Beh, che ti prende ora?--
--Nulla, ma sai che non ho troppo tempo e sono
qui già da mezz'ora--
--E allora? Pensi a tua moglie? Non eri così
una volta, ma eri tu a pregarmi di rimanere ancora!--
--Le cose sono cambiate--
--Questo lo avevo già capito--
Gettò nervosamente il suo mantello di
ermellino, si sdraiò sul divano con posa civettuola.
Giali la divorava con gli occhi, specie da
quando la contessa, dietro le insistenze di lui, gli aveva promesso che
una di quelle sere sarebbe stata sua.
E quella sera, a Giali pareva propizia. Erano
anni che attendeva quel momento, ma la contessa riusciva sempre a
prendere tempo, ma ormai era giunta la resa dei conti. La serata con
l'amante finì male, la contessa, dopo aver bevuto molto, prese la
bottiglia e con quella diede una gran botta all'amante.
Riuscì a ferirlo, ma lui pareva soddisfatto,
con quella scusa le disse categoricamente che fra loro tutto era finito.
Quando sentì sbattere la porta, la contessa si
gettò a piangere sul divano e Giali volle approfittare di quell'attimo
di smarrimento.
Ci fu una lotta disperata da parte della
contessa, gli occhi sbarrati dall'orrore a guardare quel mostro e con le
braccia si divincolava con tutte le sue forze.
Ma anche se la forza di Giali superava di gran
lunga quella di lei, in quel modo era impossibile possederla, quindi le
legò braccia e gambe, gli saltò sopra e soddisfò i suoi istinti
bestiali.
Quando tutto fu finito, le rise in faccia e
motteggiando continuava a ripetere quanto era stato bello.
Da quel momento in poi, la contessa giurò a se
stessa che si sarebbe vendicata. Lasciò passare un pò di tempo, finse di
essergli amica, gli promise ancora delle serate insieme, ma prima doveva
fare una cosa per lei, una cosa che solo lui avrebbe potuto fare.
--Per te, mi getterei anche nel fuoco, lo sai,
cosa vuoi che faccia?--
--Voglio disfarmi di mio marito e tu mi
aiuterai. Nei sotterranei, quando avrai passato tutte le grotte, vedrai
sulla tua destra un incavo, sicuramente fatto dal mare, tu non devi far
altro che ingrandirlo e murarlo quasi completamente e quando tutto sarà
pronto, dietro ad una pozione che possiedo e tu darai al conte, lui si
addormenterà profondamente per molte ore.--
E così fecero. Tutto era pronto, l'incavo era
quasi chiuso dai mattoni, ne mancavano solo poche file, il giusto per
gettare lì dentro il corpo del marito.
Una sera, a cena, servì lei personalmente e
quando il marito chiese spiegazioni, lei rispose tranquillamente che la
cuoca, dietro ordine suo, era andata coi bambini dai nonni, cosa che
facevano tutte le settimane.E al resto della servitù, aveva dato loro un
paio di giorni di festa.
--Perchè tutta questa rivoluzione?--
--Non l'hai capito? E' tanto tempo che non
stiamo...vicini, voglio rimanere sola con te.
Il duca sorrise, l'idea non gli spiaceva.
Mangiarono, bevvero, e quando il marito le chiese di andare in camera da
letto, arrivò Giali tenendo fra le mani un digestivo speciale, dicendo
al conte che quella bevanda lo avrebbe tonificato e...rinvigorito per
tutta la notte.
Ringraziò Giali, rispose con un sorriso, prese
il bicchierino e lo vuotò tutto d'un fiato. Dopo neppure un minuto,
senza accorgersene, stramazzò a terra.
--Andiamo-- disse Giali, che non vedeva l'ora
che tutto fosse finito per ripossedere la contessa.
--Oh, quanta fretta! Aspetta qualche minuto,
vado in cucina.--
Tornò con un grosso paniere ricoperto da una
tovaglietta e disse a Giali:
--Vedi, qui ci sono provviste per almeno una
settimana, in questo modo morirà lentamente--
--Ma come? disse Giali, non vuoi ucciderlo
prima?--
--No, sarebbe troppo bello che passi dal sonno
alla morte, viceversa, soffrirà e impazzirà minuto per minuto--
Andiamo allora, disse Giali, dopo aver caricato
"quel peso" sulle spalle.
Scesero nei sotterranei, percorsero un lungo e
freddo corridoio, arrivarono alle grotte, oltrepassarono quelle e
girarono a destra dove c'era l'incavo.
--Hai fatto proprio un bel lavoro, Giali, hai
anche preparato i mattoni mancanti, così in cinque minuti sarà tutto
finito--
--Lo sai che le cose le faccio per bene, specie
quelle che mi comandi tu--e così dicendo, girava il corpo, affinchè si
"presentasse coi piedi", poi l'avrebbe fatto scivolare giù nella sua
tomba.
Ma la contessa lo fermò di colpo, gli fece
segno di metterlo a terra.
Disorientato, Giali lo fece e quando fu libero
da "quell'ingombro", si trovò le braccia della contessa intorno al collo
e sentì la sua voce suadente che diceva:
--Aspetta, amore, voglio suggellare la nostra
libertà con un bacio--
Si baciarono con passione, e Giali,
eccitatissimo, cercò di dire qualcosa, ma la contessa lo prevenne:
--Brindiamo prima, poi, dopo il "lavoro" andremo nella mia camera da
letto--
Tirò fuori dal paniere una piccola boccetta e
un bicchierino, ne versò parte del contenuto, lo dette a Giali dicendo:
--Bevi, amore, bevi alla nostra felicità--
--E tu, non bevi?--
--Lo farò dopo, avevo preparato solo un
bicchierino per il conte--
--Allora, alla nostra felicità avvenire!--e
così dicendo, bevve il suo liquore.
Non fece a tempo a porgerle il bicchiere, che
improvvisamente si accasciò a terra. Allora la contessa, con tutta la
sua forza, lo tirò su e quasi lo lanciò dentro l'incavo. Mise dentro
anche il paniere, finì il lavoro dei mattoni e trascinò il marito lungo
quel corridoio sino ad arrivare nel castello.
Ora era felice, Giali era diventato ormai
pericoloso per lei, con tutte le minacce che faceva ripetutamente di
riferire ogni cosa al marito se non si fosse concessa a lui. Doveva
eliminarlo per forza.
Quando il conte si riprese, lei gli disse
ridendo che si era ubriacato al punto di fare una lunga dormita. Poi,
tutto tornò alla normalità e quando si accorse dell'assenza di Giali,
lei rispose che l'aveva licenziato per la sua indisponenza.
Ogni notte, per ben sette notti, tutto il paese
sentì delle urla disumane, come se scannassero un'animale pezzo per
pezzo. Anche al castello sentivano queste urla e la contessa volle
cambiare abitazione.
Giali, prima di spirare, disse queste parole: "
Maledetta, tu e tutti quelli che abiteranno il castello. E questo, è
quanto raccontava la gente del paese.
E da allora, come già detto, tutti quelli che
abitarono lì, dopo poco andavano via con le disgrazie nel cuore.
Ed ora, torniamo avanti col tempo e andiamo in
quel giorno iniziato con quella grande bufera, talmente forte da
scoperchiare persino i tetti delle case.
Poi, improvvisamente tutto cessò, il mare si
ritirò al suo posto, il vento cessò portando seco i nuvoloni e il cielo
divenne di un azzurro mai visto con al centro il sole più splendente che
mai.
In paese si chiedevano cosa stava succedendo e
ricordarono che nella stessa giornata dovevano arrivare i nuovi
castellani.
Si prepararono tutti a puntino con i loro
vestiti da festa e una bambina, vestita di bianco, teneva fra le mani
uno splendido mazzo di fiori da donare come benvenuto. Finalmente
udirono una carrozza che si avvicinava sempre più, poi la videro e si
fermò proprio vicino a loro.
Un maggiordomo, aprì subito lo sportello e
scese una ragazza di una bellezza straordinaria, veramente in sintonia
con quella spendida giornata. Subito capirono che doveva essere anche
molto buona, perchè quando la bimba le porse i fiori, la prese in
braccio, la baciò con tenerezza e poi, fra lo stupore di tutti, si tolse
dal collo una piccola catenina con un grazioso ciondolo e lo mise al
collo della bambina che non stava più nella pelle dalla gioia.
Si avvicinò ai paesani e diede loro un
sacchetto in velluto rosso con dentro dei marenghi d'oro da dividersi
fra loro.
Con questi gesti, i paesani che in fondo
avevano buon cuore, furono immediatamente conquistati e giurarono
insieme che non l'avrebbero mai perduta di vista e che l'avrebbero
sempre protetta.
Con grande signorilità, si presentarono anche
gli altri componenti della famiglia composta da un bell'uomo dai capelli
brizzolati e da un giovanotto biondo, magro, dall'aria malaticcia. Erano
padre e figli. Si seppe in seguito che la madre era da poco morta tisica
ed acquistarono quel castello pensando che quell'aria potesse giovare al
giovane principe avendo una salute cagionevole.
Com'erano eccitati, fratello e sorella al
pensiero di scoprire ogni angolo del castello e nello stesso giorno
iniziarono l'esplorazione.
Il padre, fece promettere alla figlia di
portare ogni giorno il fratello a fare il bagno e, protetto, tenerlo al
sole almeno un paio d'ore. La ragazza promise, in fondo piaceva anche a
lei, abituata a vivere in tante località ma sempre in campagna.
E così, per questi due giovani iniziò una nuova
vita.
Al mattino andavano al mare e il pomeriggio lo
trascorrevano nelle loro stanze, lui a dipingere e lei a suonare il
pianoforte. Il padre adorava i suoi figli, ed anche con la morte nel
cuore, per loro teneva sempre un atteggiamento sereno ed un poco
iniziava ad esserlo veramente constatando che il figlio migliorava di
giorno in giorno. Una mattina, Bianca e Antonio, così si chiamavano i
ragazzi, decisero di andare al mare passando dai sotterranei.
Dopo aver percorso quel lunghissimo buio
corridoio, arrivarono alle grotte, percorsero pure quelle, girarono a
destra. In quel punto, fratello e sorella si fermarono di botto:
--Antonio! Hai sentito anche tu?--
--Non può essere vero, si, ho sentito come un
lamento--
Presi dalla paura affrettarono il passo e
finalmente videro la luce e poi il mare.
Dimenticarono poi l'episodio. Ma ogni mattina,
volendo passare sempre dai sotterranei per non fare il percorso sotto il
sole, arrivati a quell'incavo, udivano sempre gli stessi lamenti. A quel
punto si spaventarono veramente e decisero di raccontare tutto al padre.
Il principe, incuriosito, il giorno stesso,
mentre i figli erano nelle loro stanze, scese nei sotterranei con un suo
fido servitore e arrivato al punto indicato dai ragazzi, iniziò ad
esplorare.
Notò, visto che quel castello aveva lunga vita,
una netta differenza di materiale e pensò che quel pezzo di muro non
fosse originale. Questo pensiero prese forma sentendo che picchiando in
quel punto vi era del vuoto.
Decisero così di buttarlo giù ed iniziarono il
lavoro.
Non ci volle molto, e quando ebbero finito,
videro uno spettacolo he li lasciò impietriti. Poi, il servitore diede
un urlo tale, che l'eco arrivò in paese come una voce d'oltretomba. Gli
uomini, pensando che qualcuno del castello fosse in pericolo, entrarono
armati nei sotterranei e tutti videro quello spettacolo.
A prima vista, lo presero per un animale
preistorico; Giali si era messo con le mani e le ginocchia a terra e poi
morì così e la sua gobba, aggiunta all'inarcamento della schiena, dava
veramente l'aspetto di un antico animale.
Chiamarono le autorità, intanto scesero anche i
figli che forzatamente vollero vedere anche loro. Bianca, che dal primo
lamento udito iniziò a pregare, si fece il segno della croce e corse
alla chiesetta del paese per parlarne al parroco e portarlo seco. Ma lui
era piuttosto vecchio e malandato, quindi chiamò il suo aiutante, un
giovane prete mandato in quella località solo da qualche mese.
Il parroco gli presentò la principessa, gli
raccontò i fatti invitandolo ad andare sul posto. Si incamminarono così,
Bianca e Don Francesco, verso i sotterranei. Intanto le autorità
confermarono l'identità di Giali, che tutti pensavano fosse fuggito, e
Bianca, rivolta al sacerdote, gli disse: -- Don Francesco, preghiamo
insieme, finalmente questo terreno non è più maledetto. Ora non
succederà più nulla--Da quel momento, smisero le gran bufere che vi
erano di tanto in tanto e ritornò il sereno, specie nei cuori di quei
buoni contadini.
Ma la natura di Bianca, la sua sensibilità,
giocarono alla sua salute e mentre alla sera tutti erano riuniti per la
cena, compreso Don Francesco, improvvisamente la fanciulla svenne, cadde
in terra e non diede più segni di vita. Soltanto il suo cuore batteva e
i suoi polmoni respiravano, anzi, sospiravano; Bianca, per la prima
volta sentiva dentro di lei delle sensazioni sconosciute, ancora non
sapeva che si trattava della malattia più famosa al mondo: l'amore. I
primi segni del suo malessere, li provò quando i suoi occhi incontrarono
quelli del giovane prete, sentì un sussulto dentro il suo cuore, ma
ancora non sapeva. Lo svenimento di Bianca, portò scompiglio al
castello, una carrozza fece la sua corsa per chiamare il medico, mentre
Don Francesco la prese in braccio come fosse una bambina e guidato da
una cameriera, la depose nel suo letto. Poi chiese alla cameriera se per
favore poteva lasciarlo un poco solo. Discretamente, lei chiuse la porta
e il sacerdote rimase solo con Bianca. Le prese una mano, la tenne
stretta fra le sue, poi, alzando gli occhi verso il crocifisso appeso
alla parete, disse: Mio Dio, perdonami, io...l'amo! Aiutami Tu. Sentì
come una voce interiore che gli diceva: Va, Francesco, va dove ti guida
il tuo cuore. Felice di questa sensazione, si avvicinò al viso della
fanciulla e le mormorò: Cara, cara mia piccola Bianca, ti prego, non
morire, io...ti amo! Le sue lacrime scesero a bagnare quelle labbra
vermiglie, lei aprì gli occhi e alla vista di Don Francesco, arrossì
come una collegiale e gli chiese cos'era successo. --Hai avuto una
fortissima emozione, ma ora verrà il medico e tutto andrà a posto,
confida nel Signore, io ti starò accanto e se occorre, anche di notte.
La salutò, scese nel salone. La dottoressa del paese era la madre del
giovane prete, che quando lo vide, esclamò con voce apprensiva:
Francesco, tu qui? Ma allora....Tranquilla mamma, non è grave a questo
punto.
Mi trovavo già al castello previo invito a
cena. Lo vide arrossire, finse di non accorgersene e salì a visitare
Bianca. Volle rimanere sola con la ragazza per avere miglior agio nel
visitarla, la mise seduta con le gambe fuori dal letto e la invitò a
scendere. Bianca si alzò, ma prima ancora di mettersi in piedi, cadde a
terra. Non riusciva a stare in piede e si accorse che non poteva neppure
parlare, sentiva come se le avessero legata la lingua come un salame.
La dottoressa la rimise a letto, le parlò molto
per tranquillizzarla un pochino e le promise che sarebbe tornata in
serata con uno specialista.
Conosceva un ottimo neurologo, distava dal
castello un paio d'ore, se fosse andata subito, ce l'avrebbe fatta in
giornata stessa.
Il principe, avvicinatosi rispettosamente
insieme ad Antonio e Don Francesco, chiese spiegazioni : una forte
emozione, purtroppo, disse la dottoressa, può provocare questi sintomi
ed altro. Non dico che sia una sciocchezza, ma accontentiamici al
pensiero che ci sono cose ben più gravi.
Quando avrà la terapia giusta, la vedrete
migliorare, ma non pensiate sia una cosa immediata, ci vorranno
purtroppo dai due ai tre anni.
Il principe, tratteneva le lacrime e con voce
incrinata disse: l'importante è che mia figlia si salvi. Ora lasciatemi
andare, disse la dottoressa, non vorrei far tardi. Matilda, così si
chiamava, rimase vedova subito dopo la nascita di suo figlio e da allora
non pensò ad altri che a lui, sempre con discrezione e mai in modo
possessivo, accettò con piacere la scelta del figlio e riuscì ad
esercitare in quel paesino per potergli stare accanto e Francesco
adorava la madre.
Qulla sera stessa, arrivò il neurologo, la
visitò per una buona mezz'ora, ed attraverso dei test specifici,
constatò una grave diminuzione della forza degli arti inferiori, e
cercando di farla parlare, notò un'evidente balbuzie, sintomi tipici di
una grande emozione sicuramente non bella. Ed anche lui, confermò la
diagnosi della dottoressa. Prescrisse la terapia, dosi piuttosto
massicce, e raccomandò di non farlgliela saltare neppure per un giorno.
Concluse anche lui che era una cosa piuttosto
lunga e raccomandò di farla svagare.
Quando il medico se ne andò, il principe
scoppiò in un gran pianto e Antonio e Don Francesco, con molto tatto e
tanta pazienza riuscirono a calmarlo.
Bianca, che era di carattere allegro e burlone
e non poteva sopportare la tristezza negli occhi del padre, alla fine
riuscì persino a farlo ridere, per come correva sulla sedia a rotelle,
prima, e come giocava con le stampelle, dopo. Pian piano tolse pure
quelle, ma per diverso tempo, quando iniziò a fare delle passeggiate,
cedeva l'una o l'altra gamba e a questo punto Bianca si demoralizzava.
Dentro di lei, riuscì a superare anche questo, con il grande aiuto di
Don Francesco che aveva per lei, oltre che un idolo, le parole giuste
per rincuorarla di questa situazione. Un giorno, per aiutarla
maggiormente, pensò di farle fare una bella gita, era convinto che le
avrebbe fatto un piacere immenso. Difatti, quando gliela propose, vide
brillare i suoi occhi che si trasformarono in due stelle. Bianca era
felice, sapeva ormai di amare il suo prete e attese con ansia il giorno
della gita.
Arrivò. La giornata era splendida, il mare era
calmo e il sacerdote pensò di portarla in barca. L'eccitazione di Bianca
era indescrivibile e dalla terrazza, i loro genitori, divenuti ottimi
amici, guardarono con amore i loro figli, anche se delle nubi
attraversavano lo sguardo di Matilda.
--Non preoccuparti Matilda, le disse il
principe, vedrai che col tempo ogni cosa andrà al posto suo, per ora
credo che la cosa più importante sia la salute di Bianca, e se questo
può farle del bene, non credo che il Signore ne abbia a male--
--Hai sempre le parole giuste, tu--
Intanto Bianca, guardando il suo prete remare,
era invasa da una dolcissima sensazione mai provata prima, ma questa era
alternata da una profonda malinconia, sapendo che per lei era un'amore
impossibile.
Si accorse di non essere indifferente a Don
Francesco da piccoli particolari: uno sguardo un pò più prolungato, una
stretta di mano un pò più energica, da qualche parola un pò più gentile
del consueto.
Ma quella mattina, Bianca voleva solo godere di
quella meravigliosa giornata, di qualche parola di Don Francesco, anche
solamente di una, in quella, per lei, vi sarebbe stato racchiuso tutto
un volume.
Tornarono dalla gita all'ora di pranzo, Bianca
aveva preso un bel colorito e a Francesco, anche ad un occhio inesperto,
non si poteva celare nei suoi occhi una profonda malinconia.
Dopo il pranzo, madre e figlio se ne andarono,
dopo aver promesso al principe che si sarebbero rivisti in serata, dopo
che Don Francesco avrebbe chiuso la chiesa. Ma quando fu l'ora della
cena, non si vide nessuno. Il principe, andava su e giù nervosamente per
la terrazza, Bianca, seduta nella sua poltrona, pareva serena e mentre
godeva i dolci profumi di quel giardino, con la sua fantasia immaginava
di percorrere quei bei vialetti fioriti, mano nella mano col suo amore.
Dopo un paio d'ore, capirono che non sarebbero più venuti.
Che delusione per la povera principessa!
Andò a letto piena di malinconia e non vedeva
l'ora fosse giorno, per farsi accompagnare dalla sua cameriera alla
chiesetta. E all'indomani mattina, all'ora della messa, lei era lì, ma
con rammarico trovò un altro sacerdote al posto di Don Francesco. Alla
fine della funzione, il nuovo prete andò incontro alla principessa e le
consegnò un biglietto da parte di Don Francesco.
--Ma è malato?-- chiese Bianca con tono
apprensivo.
--Oh no, stia tranquilla, ma è dovuto partire
urgentemente insieme alla madre--
Lei si girò di scatto per non far vedere le sue
lacrime, ma questo movimento repentino le causò il cedimento di una
gamba e se non fosse stata prontamente presa dalla cameriera, sarebbe
caduta. A volte non ricordava che se girava di scatto la testa, la gamba
avrebbe ceduto e questo l'innervosiva non poco.
--Si calmi, le disse la cameriera che era al
corrente dei sentimenti di Bianca verso il prete, così, si farà solo del
male, non aggiunga altre emozioni, la prego, principessa. Vedrà che
stasera stessa verrà da lei--
--Hai ragione, rispose Bianca, cercherò di
stare calma, ma ti prego, ora portami a casa--
Il padre, quando vide la figlia così pallida,
si spaventò, le andò incontro e chiese:
--Bianca, cos'è successo?--
--Non so, papà, so solo che c'è un prete nuovo
perchè Don Francesco, insieme alla madre, sono partiti urgentemente--
--Beh, non ti crucciare, si faranno sentire
sicuramente, magari saranno corsi al capezzale di qualche parente,
vedrai che li vedremo presto--
Si girò verso la figlia ma non la vide più, la
cameriera l'informò che era andata a riposare.
Quando Bianca fu nella sua camera, lontana da
occhi indiscreti, scoppiò a piangere e fu un pianto così accorato che
pareva terminasse con un rantolo.
Poi, con una piccolissima speranza, prese il
biglietto. Le pareva che quella semplica bustina fosse una lingua di
fuoco da quanto le bruciava in mano, ma si fece coraggio e lesse. Già
dalle prime parole, impallidì mortalmente e quando continuò a leggere
quelle righe, dovette sedersi. Lo scritto continuava così:" dopo aver
tanto riflettuto, nonostante il mio amore per te mi tenesse come una
morsa, mi dissi che la cosa più giusta da fare era quella di andar via.
Ti porterò sempre nel cuore, cara, e ti auguro tanta felicità. Don
Francesco".
A quel punto, Bianca svenne e da quel giorno
non proferì più parola con nessuno, neppure col padre, col fratello, che
con il loro amore pensavano di tirarla un pò su.Persino con loro ostentò
un mutismo assoluto.
Tornò ripetutamente a visitarla lo specialista,
e all'ansia del padre, rispondeva sempre la stessa cosa: " Se sua figlia
non reagirà e continuerà a non nutrirsi, non la vedo per nulla bene".
Ma Bianca non sentiva nulla, non voleva
sentire nulla, voleva solamente pensare a lui e lasciarsi languidamente
cullare, proprio come quando era in barca, lasciandosi trasportare anche
oltre la vita.Solo così era sicura d'incontrarlo nuovamente.
La disperazione del povero principe era
indescrivibile, chiamò a consulto i migliori specialisti, ma tutti
andavano via scrollando il capo.
Un giorno, dopo cinque mesi di questa nuova
malattia, arrivò a farle visita la dottoressa Matilda, madre di Don
Francesco. Il principe ne fu assai lieto, ma in quel momento pensava
solo alla sua bambina.
Verso sera, sulla terrazza, il principe parlò
assai con Matilda e alla fine, era madre anche lei, gli disse che volle
seguire il figlio rispettando le sue decisioni. Insieme piansero la
sorte della povera Bianca.
Ormai, era l'ombra di se stessa, risaltavano
solamente i suoi occhi chiari che fissavano sempre lo stesso punto: la
riva del mare, lì, dove con la barca erano usciti insieme.
E un brutto giorno, la piccola Bianca decise di
"andarsene" rifiutando anche le bevande, l'unica cosa che accettava di
prendere e che le davano un poco di vita. Era esattamente il 21 marzo,
primo giorno di primavera. I fiori erano già sbocciati emanando tutto il
loro profumo e il sole ti baciava lievemente. Anche gli uccellini
facevano a gara a chi cantasse meglio. Tutto pareva presagire una
situazione idilliaca se su quella terrazza non vi fosse stata, nascosta,
la signora Morte.
Quel giorno, all'ennesimo rifiuto di bere
qualcosa, il principe si allontanò dalla terrazza, andò in un vialetto,
si sedette su una panchina e scippiò in un gran pianto. Quasi si
spaventò sentendosi accarezzare una guancia, si girò e vide la
dottoressa con gli occhi pieni di lacrime, si sedette accanto a lui e
mano nella mano sfogarono quel gran dolore.
--Papà! Papà! gridava Antonio, presto, venite!
Il principe si tenne la mano sul cuore, come se
lo sentisse in procinto di scoppiare, le gambe gli parevano due grossi
tronchi di legno, riuscendo a trascinarle a malapena e i suoi occhi
temevano il momento di alzarsi e guardare. Ma con enorme sforzo lo fece
e lo spettacolo che vide lo inchiodò come fosse paralizzato.
Sua figlia, la sua Bianca, era tenuta fra le
braccia come fosse una bambina, le sue mani, giù inerti, dondolavano
come lo scandire del tempo di un pendolo, quando ti annuncia che l'ora è
suonata.
E guardando bene, si accorse di una strana
cosa, ma prima si passò una mano sugli occhi, stropicciandoli per
assicurarsi di ciò che vedeva.
Chi teneva fra le braccia Bianca, era
Francesco, si, proprio lui, Don Francesco, ma non più Don. I suoi
superiori, gli avevano fatto capire che era ancora in tempo a scegliere
un'altra via, visto che ancora non aveva pronunciato i voti e
spiegandogli che anche se uno sceglie l'amore di una donna, sempre di
amore si parla e specialmente se sentito e vero, anche quello è un dono
e una benedizione di Dio.
Ma non poteva arrivare prima? Magari solo un
giorno prima? Francesco era arrivato quella mattina stessa e volendo
fare una sorpresa, non avvertì nessuno e la prima persona che voleva
vedere era Bianca. Ed è così, che pian piano, seguendo il viale del
castello, si avvicinò, venendo dal retro, alla terrazza, vide Bianca di
spalle e mai più poteva pensare quello che era diventata.
La chiamò sottovoce, lei girò pian piano la
testa e lo vide: il cuore iniziò ad accelerare e riuscì solamente a
dire:-- Don Francesco....sei venuto....finalmente...quanto...tempo....non
saprai mai.....--
--Cos'è che non saprò mai Bianca? Ti prego,
parla, voglio sapere...--
Lei schiuse leggermente gli occhi, lo guardò e
riuscì ancora a dire:
--Non saprai...mai...quanto e...come...ti
avrei...amato. Addio, Don Francesco!--
--Bianca, cara, ti prego...non morire...io ti
amo!--Lo guardò ancora una volta,insistentemente, per fargli leggere
tutto l'amore che vi era dentro, poi li chiuse, declinò il capo.
Ed è così, che il principe e Matilda trovarono
Bianca fra le braccia di Francesco. Com'era gonfio il suo cuore! Se solo
avesse immaginato! Vado a deporla nel suo letto, disse con un fil di
voce e mentre la dottoressa sosteneva il principe, Francesco si avviò
per le scale di quel sontuoso castello e guardandola, si ricordò delle
sue parole: "Ora non sarà più maledetto, ma di questo anche lui iniziava
a dubitare. Arrivato dinanzi alla camera della principessa, quasi non
riusciva a vedere da tutte le lacrime che irrigavano il suo viso,
scendendo lentamente, come una carezza, sul viso di Bianca. La depose
sul letto, volle darle un bacio sulle labbra, sarebbe stato il suo primo
ed ultimo che avrebbe dato ad una donna. Chinandosi, sfiorò il seno
della fanciulla, lo accarezzò, e gli poggiò la testa. Ebbe come
l'impressione di sentire un battito d'ala. Preso da un subitaneo
pensiero, si sollevò, slacciò il corsetto e mise l'orecchio sul petto di
Bianca. "No, non mi sono ingannato, questo che sento, è debole, si, ma è
un battito del cuore".
Corse di sotto come un pazzo chiamando a voce
alta la madre, informò il principe che volle salire immediatamente, ma
la dottoressa, con fermezza e con parole giuste, gli fece capire che
poteva esserle fatale.
E rivolta al figlio, con voce sommessa, gli
disse: --Non ti illudere Francesco, è troppo tardi, il cuore sta cedendo
poco a poco, il tempo di qualche ora al massimo. Oramai...ci vorrebbe
solo un miracolo ! --
--Ci sarà il miracolo, mamma--
Si rivolse con tutto il cuore al suo Dio che
gli pareva di aver tradito, lo supplicò...pianse...pianse sino
all'ultima lacrima.
Nel frattempo, la dottoressa constatò che
quello che aveva detto Francesco corrispondeva a verità. Ma come aveva
detto al figlio, ormai era troppo tardi.
Quella sera, madre e figlio parlarono molto e
spiegò poi il motivo della sua fuga, prima, e del suo ritorno, dopo.
Matilda già sapeva queste cose, il cuore di una madre aveva parlato da
tempo.
--Chi le farà la notte? chiese Antonio, io sono
disposto...--
Vorrei farla io, rispose Francesco, mi fareste
proprio un regalo--Nel suo cuore desiderava ardentemente starle vicino
ed essere lui a raccogliere l'ultimo respiro.
Intanto la dottoressa preparò una bevanda,
raccomandando al figlio di fargliela bere. Intanto in paese, saputa la
triste notizia, si riunirono tutti in chiesa e pregarono molto per la
povera Bianca.
Quella notte fu lunghissima, erano le due del
mattino, non aveva bevuto, non vedeva e non sentiva nessuno, se non
fosse stato per quel debole battito, pareva ormai morta. Ad un certo
punto, Francesco, preso dalla disperazione ma più che altro dal grande
amore che sentiva per Bianca, si alzò dalla sedia, si avvicinò a lei, la
prese per le spalle e la scrollò ripetutamente chiamandola forte per
nome. Lei aprì gli occhi, lo vide, vide le sue lacrime, chiese da bere.
Felice, Francesco, le fece bere un pò di quella
bevanda, ma era troppo stanca Bianca e non riusciva a reggere la testa.
Lui allora, alzò un poco i cuscini, con un contagoccie, premendo la
bocca, le faceva ingerire quel liquido. Intanto la baciava lievemente
sulle guance, sugli occhi, sulla fronte, cercava di trasmetterle tutto
il suo calore. Passarono ancora un paio d'ore, il liquido
stava terminando e nel frattempo, le sussurrava che non era più prete e
se lei l'amava veramente, doveva farsi forza e combattere per il loro
amore.
Bevve quasi tutto, poi stanca, chiuse gli
occhi, ma le sue labbra erano schiuse in un dolce sorriso.
Era salva! L'amore aveva vinto.
Aurora