Colazione con Gesù

Quella mattina, i viali dell'ospedale erano alquanto silenziosi, spiccava il canto degli uccelli e il sole ti baciava coi suoi tiepidi raggi. Era veramente una giornata incantevole. Facevo sovente quel tragitto, per dei controlli, ma quella mattina invece ero lì per un altro motivo. Mi sentivo particolarmente triste ed anche arrabbiata per un fatto successo all'ospedale, di conseguenza mi dirigevo al tribunale del malato con una lettera di protesta.

L'ufficio era ancora chiuso e pian piano arrivavano altre persone. Una di queste, mi colpì fra tutte per il suo aspetto fisico. Paralizzato da un lato, trascinava la gamba con l'aiuto del bastone, ma quello che maggiormente mi colpì, fu la sua impressionante magrezza. Il viso, scavatissimo, mettevano in risalto i suoi occhi assenti, perduti nel vuoto, come il vuoto della sua vita.

Ero come in trans guardando quel giovane, quando ad un tratto sentii uscire dalla sua bocca una serie di accidenti indirizzati a destra e a manca, a ripetizione simultanea come fossero fuochi d'artificio, ma con un bruttissimo botto finale: una bestemmia, quella bestemmia di due parole, due piccolissime parole ma talmente potenti da sentirmi trafiggere il cuore.

Al che, intervenni, gli andai vicino, gli chiesi se voleva sedersi nella panchina vicino a me. Poi, con dolcezza mista a sarcasmo e ironia, gli chiesi: "  Perchè parli in questo modo? E poi...la bestemmia...lo sapevi che non sai neppure pronunciarla? Per essere veramente corretta devi togliere la D. Ecco, in questo modo rende veramente l'idea.".

Rimase, diciamo così, un pò spiazzato, poi si mise a ridere e successivamente a piangere. Come doveva essere gonfio il suo cuore!

La gente che passava, lo guardava con quell'aria mista fra compassione e...chissà che altro. Allora lo presi per mano e lo portai via di lì e andammo nella cappella dell'ospedale. Durante il tragitto, strappai la mia lettera di protesta, ritenendo più utile ascoltare la storia di quell'uomo, ed essendo io ben impastata di pura malinconia, riesco facilmente a far lievitare in modo naturale, quel senso di fiducia, interesse, condivisione, perspicacia, ingredienti essenziali per non intimorire chi sta per confidarsi.

Eravamo seduti in una panca davanti proprio di fronte a Gesù, che pareva ci sorridesse. Ascoltai la sua storia, veramente triste. In un incidente stradale perse la moglie e se ne faceva colpa, perchè guidando lui, ed avendo un malore, finirono fuori strada, Lui, rimase paralizzato per un ictus ed anche per l'impatto violento. Perse il lavoro, perse tutto, anche la Fede. Mi disse che tre anni prima viveva con l'assegno di accompagnamento, poi per errore gliela tolsero, e così, tentò anche il suicidio.

A quel punto, lo appoggiarono ad una associazione per risolvere questo problema, ma dopo tre anni, la risposta della segretaria era sempre la stessa, gli diceva di avere pazienza, che tutto sarebbe andato a posto, che l'avvocato aveva fatto tutto. Quando uscimmo dalla cappella, lo portai al bar, e notai  quanto questo gli faceva piacere. Poi gli dissi : " Se mi prometti di stare sereno, almeno un pò, io risolverò i tuoi problemi ". Quella mattina stessa, gli dissi di andare all'associazione e richiedere la ricevuta alla segretaria. Gli dissi anche di usare un pò di grinta e sicurezza. Lo fece. La segretaria, abituata a vederlo sottomesso, impaurito, divenne rossa sino alla cima dei capelli, e invece di rispondere riguardo alla ricevuta, gli chiese chi gli avesse montato la testa. " Ho trovato un angelo custode ", rispose lui, un angelo che metterà a posto tutte le cose. Da quel giorno, fu trattato quasi...da essere umano.

I nostri incontri, in quella cappella, durarono circa un anno, tempo di mettere a posto la sua posizione finanziaria che morale. Nel frattempo volli sapere il nome dell'avvocato, ci andai, e i miei dubbi non eraro infondati: non avevano fatto assolutamente nulla, all'infuori di riscuotere dal comune mensilmente la quota per quel povero Cristo. Mettemmo a posto la cosa, e, non dico tutti i giorni, ma spesso "rompevo" l'avvocato sino a quando non fui certa che tutto era andato in porto. Nel frattempo, facemmo nuovamente la pratica all'ufficio invalidi,e il giorno della visita, quasi quasi non voleva andarci, mi ci volle del bello per convincerlo, e mi chiedevo chi me l'avesse fatto fare.

Ed anche questa cosa andò felicemente in porto.

Una mattina, nella cappella, mi disse: "Sapessi quanto tempo era che non entravo in una chiesa! E tu mi ci hai portato. Gli occhi aveva pieni di lacrime, il cuore gonfio, e improvvisamente appoggiò la testa sulla mia spalla e pianse...pianse..Stettimo così una buona mezz'ora, ogni tanto gli accarezzavo i capelli e dicevo: " piangi, piangi, ti farà bene".

Gli raccontai brevemente la storia della mia vita, alla fine, con le lacrime agli occhi, dissi :" Poi, imparai a parlare molto a Gesù, a dialogare tanto con Lui, sino a sentire una carezza nell'anima mia". Imparai  a non compiangermi più, a non concentrarmi solo su me stessa, ma soprattutto ascoltare anche gli altri. Improvvisamente, asciugandosi le lacrime col dorso della mano, si girò verso me e disse: " Grazie, Aurora, di avermi fatto partecipe delle tue pene, di avermi fatto capire che non sono l'unica persona a soffrire, grazie di avermi insegnato a riflettere, a meditare, a riavvicinarmi a Dio, ma grazie soprattutto di essere il mio angelo custode, il mio angelo che non deve piangere mai.

Uscimmo dalla cappella accompagnati  dai mille colori di quel luogo magico, colori soffusi e colorati che filtravano dai vetri dipinti.

Ad un tratto, diventò tutto rosso, e con gli occhi lucidi, evitando di guardarmi, mi disse: "Aurora, ho fame! ". Mi si strinse il cuore, ma non lo diedi a vedere, anzi scherzando gli dissi:" Dài, corri, vediamo chi arriva prima al bar".Smorzai con tutte le mie forze questa grande umiliazione da parte sua, tanto che si mise a ridere e scherzare come un bambino.

Più che colazione, per lui fu un pranzo, poi, aiutandolo a portare panini, bevande e dolci, uscimmo nel giardino attiguo al bar. Guardando gli scalini, trovammo una graziosa coroncina del rosario, la presi, gliela misi al collo e gli dissi: " Vedi, questo è un segno di Dio, ti sta dicendo di non disperare mai.

Alla fine, prima di uscire, mi guardò a lungo, mi sorrise, e in quel sorriso, in quegli occhi, vidi tanta, tanta pace e ancora, sentii una carezza nell'anima.

Tornai a casa felice. Mi chiesero cosa mi era successo per essere così raggiante. Senza neppure pensare, risposi loro: " Oggi, ho fatto colazione con Gesù ".

Aurora